Tagliatelle con zucchine e guanciale croccante

Prendere la bici, credersi Girardengo.

Ho amato tanto il libro quanto ho odiato il film.

Percorrere le strade di campagna, passare davanti alla casa della signora Rosa e sperare di incontrarla. Mai che accada, eh, mai.
Salutare il signore che non ha la voce e poi quello col cane, 2 tipi senza nome ma che fanno parte delle mie giornate.

Poi 3 parole con la cassiera, giusto 3, senza capirci perché la mascherina ci rende tutti diversamente parlanti.

Infine le zucchine e don Alfonso, lo vuoi del prezzemolo? Per le uova passa oggi pomeriggio.

#my gif from Raiders of the Lost Tumblr

Ricordati di prendere il numero dal salumiere, però.

Il mio oggi, il mio ieri e il mio domani.
A me non dispiace affatto. Quei pochi momenti in cui penso di essere esattamente dove dovrei.

Poi però navigo. Solo coi pensieri, poiché il culo è ben ancorato alla poltrona.

Mi assalgono cose a caso.

Le scarpe di vernice nera della prima elementare, l’astuccio degli orsetti del cuore, lo zaino di lupo alberto.
L’ieri. Che dovrebbe essere lontanissimo.
Non dare mai un nome ad un fiume:
Sempre è un altro fiume a passare.
Sarà. A me sembra tutto uguale, persino là, dove il fiume diventa mare ed a volte il mare diventa fiume.
Mah.
Image from This blog closed.... Thanks for the memories.

Non c’è neanche uno squalo con cui divertirsi un po’.

Sarebbe bello non dico ESSERE UN GENIO, ma almeno essere sorpresi da un guizzo di originalità. Ogni tanto. Una volta l’anno, dai. Invece no. Invece mi ritrovo ad usare materiale ascoltato, letto, guardato. Assorbo e rilancio, al massimo rielaboro, non molto di più.
E va beh, vorrà dire che riflettiamo su pensieri altrui, magari qualcosa di buono esce lo stesso. In fin dei conti cuciniamo pure roba scopiazzata da altri siti, quindi perché non fare dilagare l’inutilità pure nell’introduzione?
Sì, lo so, è impossibile sviluppare un pensiero originale.
C’è da dire che da queste parti manco ci proviamo.
Quindi 4 considerazioni random su robe raccattate in giro, a caso, mentre facevo altro.
#hellblade senua's sacrifice from Something's waiting in the bushes of love.

Di solito mentre combatto i miei demoni interiori.

Quando non abbiamo quello che vogliamo è perché non ci hanno insegnato come chiedere.
Ma se non sei in grado di scegliere le parole, se addirittura non sai manco cosa cazzo vuoi, come speri di ottenere qualcosa?
Ultimamente sento tanta frustrazione. Rabbia, incazzatura, energia mal incanalata. Spaccherei tutto. A volte spacco, tutto. Nella stanza qui di fianco ci sono ancora i cocci di una chitarra di plastica distrutta in mille pezzi,  urlando fino a spaccarmi le corde vocali.
A volte sto male fino al punto di impazzire.
Ma non so cosa c’è. So che c’è, ma non so COSA.
Mi sento rifiutata. Da me e da te.
Vorrei chiudere in uno sgabuzzino tutto quanto. Le foto che non ho, la tastiera di questo computer, le lenzuola sudate, il broncio che mi prende spesso, le parole stucchevoli che non metto nero su bianco per falsa dignità.
#horroredit from you’re my people

Non voglio più vedere le mie paranoie. Forse.

Mi sento in colpa a scrivere.
Mi sento terribilmente a non scrivere.
Chi mi legge non capisce.
Chi non mi legge, non capisce uguale.
Ma tu che ne sai che significa essere me?
Nascondi quella foto, buttala, la sola vista mi è insostenibile.
Poi mi arrivano pensieri sconnessi. Non da me, proprio dalla realtà.

Ascolto questa canzone e penso all’incertezza delle grandi imprese. All’incoscienza dietro al coraggio. Alla codardia dietro all’immobilità.

Penso che tutte queste parole servano solo a dare poetica al triviale. Io sono un animale. Un animale vero.
Tutto il resto è per darmi un tono.
Tipo quelli che discorrono di Antonioni, ma quanto vorrebbero vedersi un filmaccio con Alberto Sordi. QUANTO.

#predator from ScaryMovies101

O Predator.

Vorrei coprire con un panno tutti gli specchi di casa ma non posso: mi servono per l’allenamento. Sono costretta a non staccarmi gli occhi di dosso.
3 serie di bicipiti per 10 ripetizioni. Io e quella faccia da cazzo nello specchio.

#gilda from classicfilmsource

Me lo dico da sola.

Io voglio essere il tuo cassetto del comodino dove metti le robe che non sai più dove mettere.

Non si può continuare a scrivere così, a pensare così, a vomitarsi addosso così.
Ho un puzzle da un milione di pezzi al posto del cervello ma qualcuno s’è perso, ho cercato nell’aorta ciò che mancava ma era la solita romanticheria da 4 centesimi. I pezzi stavano sotto al letto, vicino ad un calzino sporco, ad un libro dimenticato ed un ragno morto.

A volte per riempire il cumulo di vuoto costruisco intere città di stronzate. Anzi, che dico città: MULTIVERSI.

#GIF from Kinasin Land

E indosso maschere per non far vedere quanto sto male.

Poi, dopo un po’, mi accorgo di quanto fosse tutto artificiale e quanta energia abbia sprecato solo per montare un’illusione.

Ma poi si ricomincia.
Dov’è il pezzo del puzzle? Dov’è?

Ah, già, il ragno morto.

Per fortuna ci sono le tagliatelle ed il guanciale, non è poi un mondo così terribile.

#dwedit from toss a coin to your bitcher

Sapevo che ci saremmo trovati d’accordo.

Sì, lo so, le tagliatelle non sono il formato proprio ADATTISSIMO se ci vuoi mangiare le zucchine: non si mescolano bene, non si legano e se non mi vuoi dare retta e preparare dei fusilli, c’hai ragione pure te.
Ma io avevo voglia di tagliatelle. INFINITA VOGLIA DI TAGLIATELLE.
Se quello di oggi fosse stato l’ultimo mio pasto (ed ora esco, magari finisco in un fosso) volevo proprio che fossero tagliatelle.

Go, go, go!

#mine from allons-y!

Ma no, non credo, già cucinare un piatto di pasta è piuttosto stancante. Quante manie di grandezza.

Per preparare delle tagliatelle con guanciale e zucchine, per due persone, hai bisogno di:

Inizia preparando la pasta.
Le regole te le ho già spiegate qui, quindi non mi ripeterò. Ricordati solo di usare uova a temperatura ambiente, di impastare per 10 minuti e di far riposare l’impasto almeno 30 minuti.

Nel frattempo taglia a dadini o a listarelle il guanciale.

Taglia le zucchine a pezzetti abbastanza piccoli e taglia a rondelle il porro.
Il porro si usa quasi tutto, ci si ferma quando sta per diventare un albero.

Hai formato le tagliatelle?
E allora partiamo.

In una padella metti il guanciale, senza aggiungere altri grassi, e fai sudare a fiamma bassa.
Pian piano cambierà colore e rilascerà la ciccia.

Giralo spessissimo, fallo colorare in maniera uniforme.
Poi fermati. Ci vorranno circa 5 minuti ed usa sempre una fiamma bassa. Se lo vuoi croccante, prosegui finché è croccante.
Poi toglilo con delle pinze (e non buttare la ciccia) e lascialo riposare su un piatto (chiudilo con una tazza o un altro piatto così non congela).

In quella ciccia caccia il porro.

Fai andare tre minuti: si ammorbidirà e cambierà leggermente colore. A quel punto unisci le zucchine.

Non mettere sale e cuocile con una fiamma piuttosto alta. Dobbiamo averle cotte senza che si ammorbidiscano troppo e ci vorranno 10, massimo 15 minuti.
A fine cottura aggiungi sale e pepe, non prima, altrimenti si ammollano.

Metti a bollire le tagliatelle per 10 secondi. Sì, 10 secondi sono più che sufficienti.
Poi le scoli (male) e le cacci in padella (e non buttare l’acqua che ci serve).

Fiamma media, mescola con forchettone e pinze e tante bestemmie, cercando di unire le zucchine.
Non è facile, sarà un po’ slegata, invocherai Gesù. Ogni tanto bagna con l’acqua, se vedi che si asciuga.
Ma prima o poi un po’ di zucchine si saranno infilate nella pasta. Comunque quest’operazione non deve durare più di 2 minuti, altrimenti scuoci tutto.

Ora prepara i piatti.
Guanciale croccante, una spolverata di pepe ed infine un po’ di pecorino grattugiato.

Davanti a te dovresti avere una roba del genere:

Ciao e buon appetito!

Spaghetti Kebab

Io non faccio niente. Io guardo la vita passare.

#horror from Classichorrorblog

Sì, parte il post allegro.

No, non sono tra quelli che si lamentano per poi non combinare un cazzo. Non odio la mia vita, il mio lavoro, la mia famiglia, il mio asino da giardino. Questo perché non ce l’ho un lavoro, una famiglia e manco un asino da giardino. L’ho già scritto più volte: sono stata molto brava a capire cosa NON volessi e ne sono stata alla larga. Non ho gabbie, se non quelle che mi costruisco da sola.
Ma comunque tutti facciamo le stesse esperienze e l’intera società umana è basata su una ricerca, che possiamo chiamare in tanti modi: famiglia, l’Altro, la felicità, benessere collettivo. Inventati pure un nome, tuttavia il concetto è lo stesso per tutti: cerchiamo qualcuno con cui condividere esperienze. C’è chi si sposa, chi convive, chi crede nell’amicizia. Quel che conta è che la nostra vita gira intorno a persone a cui noi diamo un ruolo e a cui spesso doniamo lo scettro della felicità.

#smurfs from Tales from Weirdland

E quando dico tutti, intendo TUTTI. Anche i Puffi.

Oggi ho quasi 40 anni. Ho avuto diverse convivenze, alcuni rapporti di amicizia validi, molti rapporti di merda. Ma oggi sono stanca. Oggi so che, per quanto sia bella come idea questa del cercare persone affini a te, è un po’ poco. È un po’ poco pensare che la felicità possa arrivare SOLO da  un’altra persona. È un po’ poco pensare che questo vivere sia tutto relegato qui, che non ci sia altro.
E pure quella questione trita e ritrita del trovare non la persona giusta, bensì la persona sbagliata ha rotto il cazzo. La persona sbagliata che ti fa piangere e ti fa ridere, che ti ammazza e ti consola, che ti ama e ti distrugge. La persona che rende le giornate turbolenti, emozionanti, struggenti.

#hellblade senua's sacrifice from Something's waiting in the bushes of love.

Distruggiamo questi cliché mentali.

Pure questa storia, vista da qui, da questo momento in cui sono seduta, è POCO. Polvere. Che poi diventa palta.
Mi rifiuto di pensare che l’unica cosa che c’è nella vita sia questo. Mi rifiuto di pensare che la felicità e la realizzazione di sé siano solo lì. O nel lavoro. O nel fare un figlio, spesso a caso, nella speranza di trovare risposte.
Non ho risposte, ho sempre più domande. E queste domande cominciano ad assomigliare a dei mantra vuoti. Sono le stesse di 20 anni fa. Le stesse.

Stamattina ho letto questa poesia di Mario Quintana. Te la trascrivo. Almeno sposta leggermente il punto. Dagli altri a me, dall’esterno all’Io. Non all’ego, non all’egoismo, bensì alla costruzione dell’individuo.
Non credo sia una risposta. Forse è solo un’altra domanda, posta un po’ meglio del solito.

#dwedit from toss a coin to your bitcher

Lo so che ti piacciono le poesie.

Quando poniamo molta fiducia o aspettative in una persona, il rischio di delusione è grande.

Le persone non esistono in questo mondo per soddisfare le nostre aspettative, così come noi non siamo qui per soddisfare le loro.

Dobbiamo bastare. Dobbiamo bastare a noi stessi sempre. E quando vogliamo stare con qualcuno dobbiamo essere consapevoli che stiamo insieme perché ci piace, lo vogliamo e stiamo bene, giammai perché abbiamo bisogno di qualcuno.

Una persona non ha bisogno dell’altra, esse si completano. Non per essere due metà, ma per essere un intero, disposte a condividere obiettivi comuni, gioia e vita.

Nel corso del tempo ti rendi conto che per essere felice con un’altra persona è necessario in primo luogo che tu non abbia bisogno di questa persona.
Comprendi anche che la persona che ami (o pensi di amare) e che non vuole condividere niente con te, sicuramente non è l’uomo o la donna della tua vita.

Impari a volerti bene, a prenderti cura di te stesso e principalmente a voler bene a chi ti vuole bene.

Il segreto non è prendersi cura delle farfalle ma prendersi cura del giardino affinché le farfalle vengano da te

Alla fine troverai non chi stavi cercando, ma chi stava cercando te“.

#horror from HORRORFIXXX

Eddai, non era noiosa!

Impari a volerti bene, a prenderti cura di te stesso e principalmente a voler bene a chi ti vuole bene.

Questa frase qui, in particolare, magari scriviamocela da qualche parte.

E fai altro, mi dirai. Inventati qualcosa.
Fai un viaggio. Crea. Scrivi.
Ma io non ho desideri. Io sto qui, guardo la pagina bianca e non ho niente da dire e lo dico lo stesso.
L’unica voglia che ho – ed è una voglia a volte irrefrenabile ed a volte inesistente – è quella di partire con uno zaino con dentro solo un paio di mutande e la corda per saltare ed andare in giro per a conoscere gente. Ma non conoscere CONOSCERE. Solo incontrarla, questa gente, per 5 ore e via. Perché sono ormai certa che il meglio lo diamo quando non ci conosciamo. Perché dopo un po’ siamo tutti uguali, tutti non interessanti, tutti pesanti, tutti che BOH.

#mine from allons-y!

Dico che un pasto solo, insieme, basta e avanza.

Se invece uno potesse collezionare una galleria di facce, di prime impressioni, di primi pranzi, di primi imbarazzi… non sarebbe meglio? Ci conosciamo, ci mangiamo una cacio e pepe, ce ne andiamo, non ci rivedremo più. Avrò uno stupendo ricordo di quel giorno o anche no, magari un ricordo di merda, ma sarà un ricordo indelebile. Non sarà macchiato di anni e anni di introspezione dove siamo TUTTI uguali.

#mine from allons-y!

ma se no ho detto di No.

Io mi annoio tanto.
Sempre di più. Sempre di più perché la mia soglia di sorpresa si è alzata al punto da rendere impossibile lo stupore. Non riesco a vedere film, a leggere fumetti, a videogiocare. I miei hobby si sono assottigliati, proprio perché sono 40 anni che vivo facendo quella roba. Ora quella roba mi ha rotto il cazzo. Così rimane molto più tempo per scandagliare il vuoto dell’esistenza.

Sì, grazie, lo so che della vita non ho capito un cazzo.

Tutti ce l’abbiamo, questo vuoto.
Ci sono persone che non se ne accorgono o persone che non sanno manco elaborarlo e quindi reagiscono a cazzo.
Io ora ho l’età in cui mia madre si creava universi paralleli con storie d’amore inventate sul web. Mi ricordo, avevo 15 anni, forse meno, e lei viveva una vita attraverso lo schermo. Perché il suo quotidiano era quella che abbiamo tutti e per essere felice aveva trovato quella strada lì. C’è chi scopa in giro. Chi si compra la moto. Chi va in India. Ognuno agisce e reagisce a (o intorno a) quel vuoto come meglio crede, come può e con la complessità che si trova.
Però è poco. Io non voglio pensare che la mia vita sia come quella di mia madre, non voglio assegnare lo scettro di felicità ad un altro e vivere di emozioni dettate dall’esterno. Io SO che tutto quello che vivo emotivamente è creato ad arte da me, per combattere la noia. Solo che a me ormai annoia pure questa battaglia con la noia.
Io non ho un quotidiano.

Cito il migliore.

Devo trovare un percorso alternativo per dare un senso effimero ai miei giorni. Effimero, che tanto si crepa uguale, sia che il tuo massimo sia distruggere il vuoto comprandoti la Ferrari sia che tu riesca a sudare sangue scrivendo il capolavoro del secolo.

Mi piacerebbe incontrare gente e scriverne.
Forse anche scrivere un libro di ricette e racconti di prime impressioni o di sensazioni o di piccoli viaggi.
Pillole di istanti.

E mentre lo scrivo, già mi sembra un’idea del cazzo.

L’ha detto meglio di me.

Mi domando cosa sia una relazione. Cosa sia un dialogo. Che senso ha parlare. Eppure parlo – o, meglio, scrivo – incessantemente.
Mi domando cosa sia uno scambio. Cosa voglia dire conoscersi. Cosa sia una relazione significativa. Cosa sia una relazione. Che bisogna fare.
SE bisogna fare. Mi sento inadatta, sento di non aver capito mai.
Riguardo i miei rapporti umani passati (tutti) e so che non erano una risposta né una domanda.
Oggi valorizzo i silenzi. Ma non si può conoscere altri nel silenzio. Almeno, non credo.
Sento la spinta verso l’esterno, senza sapere cosa stia cercando. Quindi come si fa? Con le esigenze di ora, poi, perché dieci anni fa del silenzio non avrei saputo che farmene.
Faccio domande del cazzo per creare ponti.
Rispondo a domande del cazzo per creare ponti.
Il suono delle nostre voci mi fa venire l’emicrania.

#retrocomputing from CONTAC

Scrivo, scrivo, scrivo… ma di cosa?

Mi domando pure a che servono le relazioni e perché qualcosa, poi, deve per forza servire.
Mi dirai che ho una crisi di mezza età. Sarà.

Concludiamo con una massima a caso e vaffanculo, andiamo a mangiare.

A volte la vita non ti da quello che vuoi non perché non te lo meriti, ma forse perché meriti di più.

Ed ora parliamo di Spaghetti Kebab.

#dwedit from toss a coin to your bitcher

Così ti voglio, entusiasta!

Ho visto questa figata sul profilo TikTok di ChefMassimilianoLava e tipo 4 ore dopo era già nella mia pancia. Ne faremo una versione col ketchup fatto in casa, prima o poi, ma nell’attesa usiamo il concentrato di pomodoro. Libero di sostituirlo con la passata di pomodoro, ma il concentrato è la mia droga di questa rutilante estate 2020. Non mi giudicare.

Go, go, go! 

#my gif from CityStompers

Andiamo!

Per preparare 2 Spaghetti Kebab hai bisogno di:

  • 180 grammi di spaghetti;
  • 140 grammi di concentrato di pomodoro;
  • 20 grammi d’olio;
  • uno spicchio d’aglio;
  • origano;
  • tabasco;
  • qualche acciuga (tipo 4).

Metti l’acqua della pasta a bollire.

In una padella versa 20 grammi d’olio e metti 4 acciughe ed uno spicchio d’aglio schiacciato con lo spremi aglio.

Accendi una fiamma bassa e fai sciogliere le acciughe.
Aggiungi poi il concentrato.

Versa POCA acqua. E quando dico poca, intendo poca. L’occorrente per diluire il concentrato.

A questo punto aggiungi l’origano, spegni ed attendi la pasta. Riaccendi ovviamente la fiamma quando arriva la pasta, la padella dovrà essere già calda.

Fai bollire gli spaghetti per metà del tempo indicato sulla confezione. Poi scolali senza buttare la loro acqua e cacciali in padella.

Pinza in una mano e acqua di cottura dall’altra, concludi la preparazione della pasta. Ma vacci piano col liquido, perché alla fine gli spaghetti dovranno essere tanto rossi quanto asciutti (e non dovranno essere scotti). Quindi fiamma alta, aggiungi pochissima acqua per volta.

Il risultato dovrà essere questo:

Ora decidi cosa fare con la tua tortilla, se la vuoi scaldata o no.
Io non la scaldo.

Metti la tua spaghettata nella tortilla.

Aggiungi origano, un po ‘ di tabasco e chiudi.

Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Un’altra, mangiucchiata:

Ciao e buon appetito!

Carbonara sbagliata.

Sto scongelando una ciambella e tra poco me la mangio.
Credo sia l’evento principale di questa mattinata iniziata male e proseguita peggio, dove mi sono allenata senza voglia, mangiando più calorie di quelle consumate.
100 addominali e una noce.
30 minuti di hoola hop e un po’ di mandorle.
E dopo i pesi ho aperto il freezer. Voglio ‘sta cazzo di ciambella, dopo me la mangio.

#sailor moon from He looks like that guy who broke my heart

Inutile che parli, non ti sento. L’unica cosa che sento è la mia voglia di ciambelle.

Dovrei comprarmi una maglietta con scritto Non era depressione, è che avevo fame. 
Mi capita spesso di andare in down e non riuscire ad avere le forze manco di masticare. Poi mastico – eccome se mastico – e vedo unicorni, orsetti del cuore e voglio di nuovo bene a Denver.
Mangio troppo poco, a volte, e manco me ne accorgo.
Sarà un post frammentato. Se cerchi narrazione, coerenza, logica… oggi no. Oggi sono in modalità Ti voglio raccontare una vita che ho vissuto e che non ho capito. 

Ho avuto modo di pensare. A volte mi sembra di capire qualcosa, ma è solo un attimo. Quello dopo torno nella confusione, nella perdizione, nel mio immenso boh.

#movies from Anti-Tactical

A volte questo è l’unico consiglio sensato che riesco a darmi. E non sono un uomo.

È che ho un sacco di entusiasmo e non so che farmene. Quindi condivido, parlo, scrivo, getto in rete quello che mi viene in mente, senza vergogna e pudore. Cazzo me ne frega se pensi che sia deficiente? Vale solo il mio giudizio, non il tuo. Il tuo, che non capisci manco te stesso, cazzo vuoi capire di me? Siamo seri.
Stamattina ho letto una poesia meravigliosa di Alda Marini, te ne trascrivo un pezzo, quello che più mi ha attanagliato lo stomaco:
Stamane il mattino era cosi caldo
che a me dettava quasi confusione
ma io era malata di tormento ero malata di tua perdizione.

Che versi. Che parole stupende. Quasi verrebbe voglia di dedicarle a qualcuno. Quasi verrebbe voglia di creare un frangimentodicuore solo per poterle sentire proprie. Quasi verrebbe di usare dei punti esclamativi per accentuare l’entusiasmo. Quasi.

Se finalmente si potesse accettare che si possono sentire tutte le emozioni, ma in solitaria? Se potessi sentirmi entusiasta, depressa, gioiosa, malinconica… solo viaggiando dentro me?
Non è, in fondo, ciò che si fa ogni volta che si inizia una relazione sbagliata?

Perché è questo, che vogliamo, in fondo.

Se invece di iniziarne un’altra, di relazione sbagliata, di quelle relazioni che poi ti fanno stare male veramente, che creano dipendenza, illusioni, tentazioni, maledizioni e un sacco di altra roba che finisce in ioni… se invece di iniziarne un’altra, dicevo, ne iniziassi una con me, con Alice?
Sono la persona più interessante che conosco? No. Forse no. Però sono di certo la più onesta.
Quando mi mento, me lo dico.
Quando mi tradisco, me lo dico.
Quando mi voglio bene, me lo dico.
Niente sottotesti, solo realtà a momenti.
#the awful truth from Dial N for Noir

Puoi: SMETTILA.

Sarà che mi sento stanca. Che mi son cagata il cazzo un po’ di tutto. Sarà che l’unica cosa rimasta è scrivere, in una sorta di dimostrazione di stile sterile, dove dico un cazzo mentre sembro che esprima concetti universali.

Scrivere, scrivere ovunque.
Col sangue, se si è finito l’inchiostro.
Ho voglia di esprimermi? Esprimiti allora, mi rispondo. Non attendere l’Altro, non c’è bisogno dell’Altro.
Ci sono gli altri, tanti altri, tanti altri che ti leggono, che cucinano, che vogliono sapere che cazzo fai, pensi, dici, vesti, boh.
Non avranno la A maiuscola, ma non è che con questo caricare di significato robe che son solo parole poi si indirizza male la vita?
Poi da quando sottovaluti l’ego?
Ci sei tu e tanto basta.
Che poi puoi riassumere tutto con un Ma che cazzo me ne fotte amme, in fin dei conti.

Per questo riassumo.

E andiamo col loop di oggi:
la tenerezza è la capacità ed il coraggio di aprirsi all’altro.
Tutta la gioia, l’entusiasmo e più in generale ciò che di positivo sento proviene da dentro me.
la tenerezza è la capacità ed il coraggio di aprirsi all’altro.
Tutta la gioia, l’entusiasmo e più in generale ciò che di positivo sento proviene da dentro me.
la tenerezza è la capacità ed il coraggio di aprirsi all’altro.
Tutta la gioia, l’entusiasmo e più in generale ciò che di positivo sento proviene da dentro me.
Una frase è mia, l’altra del papa (o di Gianni Minà, non ricordo).
Ho ricominciato ad ascoltare Il Volo del Mattino. È stupendo. Bello esattamente come lo ricordavo. Forse di più. Sto facendo un viaggio a ritroso nel tempo.
Oggi è il 30 di settembre del 2013, ascoltiamo Willie Nelson, leggiamo Alda Marini e mangiamo la carbonara sbagliata.

Lo so, è più buona della carbonara giusta.

Prima del Go, go, go! una premessa: carbonara sbagliata, sì, ma per scherzo. Un po’ perché mi sono stancata delle regole inviolabili della cucina, un po’ perché a me la carbonara manco piace, un po’ perché non me ne frega di robe ben più importanti, figurarsi che me ne fotte del guanciale e delle cremine.
La ricetta canonica c’è sul blog, la trovi qui. Però questa che ti sto per dare secondo me è più buona.
Non è carbonara e non ce ne frega un cazzo.

Go, go, go!

#filmedit from gonna shine tonight

A pensar al cibo, non so te, ma io mi sento quasi felice.

Per preparare una carbonara sbagliata, per due persone, hai bisogno di :

  • 180 grammi di pasta corta;
  • 2 uova;
  • 50 grammi di parmigiano;
  • una cipolla;
  • 50 grammi di panna fresca da cucina;
  • 10 grammi d’olio;
  • 80 grammi di pancetta o speck o altro salume (anche un misto).
  • pepe.

Taglia a cubetti piccoli il salume che hai scelto di usare.
Grattugia a polvere il parmigiano.
Trita una cipolla.

In padella versa 10 grammi d’olio e metti dentro il salume.

Appena senti che tutto soffrigge bene, aggiungi la cipolla.

Fai andare finché la cipolla sarà bella colorata. Nel frattempo puoi anche calare la pasta.

In una ciotola spacca le due uova ed uniscile al parmigiano e ad un po’ di pepe. Sbatti bene il tutto.

Scola la pasta giusto un minuto prima del tempo indicato sulla confezione. Cacciala in padella.

Fai saltare per un minuto, poi unisci la crema d’uovo. Sempre fiamma alta, devi sentire proprio il rumore di soffritto violento.

Mescola strabene e prosegui finché l’uovo sarà super cotto.

A quel punto versa pure 50 grammi di panna e decidi se vuoi farla assorbire dall’uovo o se vuoi mangiare una roba più liquida.
Io non amo particolarmente le creme ma mi piace di brutto il sapore della panna con le uova. Quindi ho continuato a cuocere finché la panna è svanita.

A fine cottura la mia era così:

Prepara le porzioni e davanti a te avrai una roba del genere.

Ma siccome il piatto finito è la parte migliore del cucinare, te ne metto un altro paio.

E pure la parte ravvicinata:

Ciao e buon appetito!