Fusilloni con ricotta e ‘nduja

Le cose in comune sono sopravvalutate. Anzi, azzarderò un salto in lungo da campione olimpionico: le cose in comune valgono una ceppa.
#steve rogers from Marvel Gifs

Nono, parlo sul serio.

Sì, lo so, l’ho scritto pochi giorni fa: grazie all’internet ci si raggela meno il cuore. La solitudine può venire mitigata e si può trovare non una, bensì una moltitudine di persone disposte a parlare del tuo libro preferito, della tua collezione di minerali, dei viaggi del tempo, di.
L’alienazione spesso ci (vi) ha fatto credere che trovare qualcuno con tante cose in comune fosse la chiave. Eppure no. Eppure quelle robe lì ci dicono meno di quel che si crede.
Videogiochi, film, viaggi, bricolage, sport sono passatempi con cui dovremmo dilettare il nostro Io, ma che non rappresentano un ponte verso l’altro. O, almeno, non necessariamente.
Non so cosa crei affinità tra due individui, ma senz’altro non il fatto che io e PincoPallo siamo follemente innamorati di Duncan di Dragon Age Origins. 
Duncan | Wiki | Bioware Amino Amino

Quest’uomo qui. EROE.

Tutti che parlano, che scrivono, che COMUNICANO. Sorvoliamo sul fatto – di fatto – che non abbiamo nulla da dire ma apriamo bocca lo stesso. Siamo fatti così, sopportiamoci o ammazziamoci.
Qua il  vero problema è che quello che diciamo, lo diciamo pure male.
Son convinta da decenni del fatto che il capirsi sia un’utopia e negli ultimi tempi questa sensazione astratta – supportata comunque da dati che ho raccolto sul campo in tutti questi 38 anni d’esistenza – è diventata una certezza granitica.
Partiamo dai soliti discorsi generici: se nello scegliere le parole e nell’ascoltare quelle scelte dagli altri risiede il fulcro del nostro dialogare, anche i toni con cui queste parole vengono pronunciate sono importanti.
Più saremo rispettosi e specifici nelle nostre dichiarazioni – che siano domande, risposte o semplici pensieri cazzeggiatori – e più colmeremo il mondo reale ed il web di bei pensieri, di bei momenti e via dicendo.
#thundercats from Yoink

Cercando sempre di fare slalom tra troll, stronzi e rompicoglioni.

Sìsìsì. Blablablabla. Tutto bello. Tutto dannatamente puffettoso.
Però, secondo me, nessuno capisce un cazzo di niente pure quando ci prova.

Prendiamo ad esempio i miei post preudo-depressivi: quando qualcuno decide di sorbirsi le mie paranoie mentali, subito coglie ben più di una sfumatura di tristezza. Cerca di consolarmi, di farmi sentire meno sola. Ed è una cosa bella, bellissima, grazie, grazie a tutti e saluto mia mamma e tutti quelli che mi conoscono, eh. Però io non sono depressa sé mi sento sola.  Mi rileggo, allungo il muso e mi dico Ma io non vedo tutta questa depressione, qui sopra. Per me sono solo riflessiva, non triste, ma è chiaro che il mio modo di esprimermi rivela tutta una natura mogia che in effetti non esiste. Esiste il male di vivere, certo. Tuttavia è un male di vivere part-time.

Questo è solo un esempio. Quante volte interpretiamo male un gesto? E se il gesto non c’è, quanto è facile travisare il suono della voce? E quando  manca pure quello, non siamo (siete) lì a trasalire leggendo, facendoci le seghe mentali anche solo per la punteggiatura?

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Esiste solo la nostra testa, fuori non v’è certezza.

Ciao. Con il punto. Io lo leggo come una cosa affettiva, vicina. Come un saluto speciale, come se solo nel saluto ci fosse tutto un universo di non detti che non devono essere detti.
Per te invece quel punto lì dopo il ciao indica una chiusura. Che sia di stizza o d’ira, pur sempre chiusura.
Per altri è solo un punto. Perché alla fine ci va, nella lingua scritta si usa.
Tre considerazioni casuali, dettate da esperienza ed elucubrazioni più o meno sensate.
E stiamo parlando di un cazzo di punto.
Mentre mi faccio il caffè in questo pomeriggio di noia in cui nulla funziona e tutti mi trattano male, penso ai dialoghi che sto avendo con L. e di quanto mi ritrovi del tutto spiazzata a volte per un suo cambio di tono. O di quanto lui non capisca un cazzo di quello che dico almeno per un terzo delle volte.
Ci si aggiusta il tiro, eh. Io ripeto le robe mille volte ed è difficile che perda la pazienza se non vengo capita o non capisco. Chiedo, richiedo, chiedo ancora. Prima o poi capisco.
Spiego, rispiego, spiego di nuovo. Prima o poi trovo la frase giusta.
L. è molto meno paziente, tende ad essere più tranciante.
Tumblr: Image

E spesso non mi spiega un cazzo. O capisco o cazzi miei.

Ma analisi a parte, quello che è interessante è che la scelta delle sue parole a me provoca reazioni discutibili, come se scegliesse tutte quelle che per me hanno un’accezione negativa. Sono solo parole, però. Non hanno messaggi reconditi. Se non nel mio cervello.

Viceversa, tutte le mie parole sono insufficienti, pure se sono verbosa. Il mio messaggio non arriva o fatica ad arrivare e le mie parole si perdono nella traduzione.

Da qui mi sono resa conto della limitatezza del linguaggio. Se i miei discorsi sull’incomunicabilità erano dedicati a tutti quei soggetti troppo impegnati a coltivare il proprio ego per accorgersi dell’esistenza dell’altro oppure si riferivano a quei rapporti umani in cui ci si butta solo secchiate di merda addosso, in un’eterna attesa del proprio turno per parlare (quando ci sono i turni, a volte manco quelli), mi è spiazzante vedere che questo vuoto di comprensione c’è anche tra due persone che hanno l’intento di fondo di imparare a conoscersi.
Quell’intento di fondo non è sufficiente. Riflettevo su quanto è facile perdere la pazienza, essere drastici, tagliare possibilità. Quando invece sarebbe più utile soffermarsi sui propri modi, smussarli, a volte tagliarli con l’accetta e trovare una nuova strada.

invece di essere sempre precipitosi.

Ecco, in questo momento sto esplorando sentieri intimi differenti. Abituata ad essere considerata tanto profonda quanto dettagliata, mi ritrovo ad avere a che fare con una persona che detesta le seghe mentali, che trova una rottura di coglioni 5 parole di seguito quando se ne potrebbero dire 3 e che detesta ogni costrutto narrativo. Tipo che se leggesse questa roba mi infilerebbe una scopa nel culo o mi lancerebbe una scarpa in faccia per farmi smettere di scrivere boiate.
Però io lo trovo un esperimento di crescita interessante, per me. Che non implica il fingere di essere una persona che non sono, ma di trovare un modo nuovo. Smettere di dare per scontato che sasso significhi sasso. Perché a quanto pare non è così. Ho sempre pensato lo fosse e invece no.
È come scrisse il sommo poeta:
Einstein che mi dice “tutto è relativo”
Il tuo punto fermo non ne ha alcun motivo
Einstein che mi dice “cazzo fai, Francesco”
Provo, provo, provo e prima o poi ci riesco

Il poeta è questo qui.

E per una fissata con le parole, come sono io, è piuttosto figo dover imparare un linguaggio nuovo.
Senza nemmeno l’aiuto di quei corsi audio da due mesi, come quello che ho usato per apprendere l’inglese.
Interessante.
Quanto questa roba che ho rubato a Luca Pappagallo (un nome mai sentito, da queste parti, eh?). Una bella pasta con ‘nduja e ricotta.
E mena, eh, non è una pasta per signorine. Sei avvisato.
Go, go, go!

Tutti in cucina.

Per preparare dei fusilloni con ricotta e ‘nduja, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di fusilli o altra pasta che ti pare;
  • 100 grammi di ‘nduja;
  • 200 grammi di ricotta;
  • 40 grammi di parmigiano grattugiato;
  • 10 grammi d’olio;
  • una cipolla bianca;
  • uno scalogno.

Metti l’acqua della pasta a bollire che si fa presto.

Trita cipolla e scalogno.
Grattugia a polvere il parmigiano.

In padella versa l’olio e fai stufare a fiamma bassa cipolla e scalogno.

Gira ogni tanto, non te ne dimenticare. 

Quando tutto sarà morbidoso puoi aggiungere la ‘nduja.

Mentre si scioglie a fiamma bassa, metti la ricotta in una ciotola.

La ‘nduja avrà questo aspetto, intanto e quindi puoi calare la pasta perché ormai ci siamo:        

Ora la prendi e la riversi nella ciotola con la ricotta ed aggiungi anche il parmigiano:

Mescola bene e metti il malloppone di nuovo in padella.

Ora: fiamma bassa, bagna questa roba con l’acqua calda. Non tanta, dobbiamo però renderla fluida. Come sempre: mezza mestolata alla volta è preferibile dal creare una minestra immonda che poi non si torna indietro.

Devi ottenere una roba del genere:

Ora spegni, in attesa della pasta che devi tirare fuori un minuto prima del tempo indicato sulla confezione e senza buttare la sua acqua (una cosa nuova, non la facciamo mai).

Caccia la pasta in padella, fai andare a fiamma super bassa, aggiungi acqua di cottura se la crema è poco fluida.

Alla fine in padella ci sarà questa roba qui, non molto diversa all’immagine precedente, ma te la metto uguale:

Prepara le porzioni e davanti a te ci sarà una roba del genere:

Pure la forchettata, per una volta che una foto viene decente:

Ciao e buon appetito!

Riso nero gusto pizza

Uooooooo yeye. Uooooooo yeye.
Uooooooo yeye. Uooooooo yeye.
Uooooooo yeye. Uooooooo yeye.
Sì: sto ascoltando Gabbani.

Questo tipo qui.

Ad un certo punto, un anno fa, YouTube ha deciso che dovevo piantarla di rompergli il cazzo chiedendogli a nastro Guccini e – quando proprio mi sentivo supergiovane – Jovanotti con album che manco lui si ricordava di avere registrato.
Così mentre soccombevo in una serie di trazioni ammazza supereroi, mi propone ‘sto tizio che balla come manco Mario Venuti ai tempi leggendari di Veramente. Ed è subito amore.

Chi si ricorda di Mario Venuti?

Un po’ perché  mette allegria, un po’ perché fa musica che pare Giorgio Vanni però serio, un po’ perché i balletti scemi a me han sempre fatto ridere, ormai è diventato il mio cantante preferito.
Mi dispiace, Gaber.
Scusa, Graziani.
Non odiarmi, Lolli.
Non me ne vogliate, cantautori tanto impegnati e seriosi.
Ma al momento più che riflettere sul Pinelli e su chi siede dalla parte del torto, più che massacrarmi con poesia della nostalgia del non vissuto – poesie che quando Guccini scriveva era più giovane di me, cristodio, ogni volta che me ne ricordo mi rendo conto che in fin dei conti io non sono così tanto segaiola… al momento, dicevo, io, ora, in questo periodo storico qui, voglio solo ripetermi robe (quasi) senza senso.
Facendo l’alga e muovendo la testa a ritmo.
Sìsì.

Mi devo comprare un vestito da scimmia. E scrivere frasi più brevi, anche che mi incarto con gli incisi.

 
Tenetevi i Talking Heads, Telemann, De André. Tenetevi persino i Radiohead e i Beatles. Perché qui noi abbiamo Dante, abbiamo tante fave ma non c’è formaggio, uoooooooo yeye, uooooooooo yeye.
Che poi i testi di Gabbani mica son stupidi. Sono semplici e diretti ed orecchiabili, ma stupidi MAI. Non è più tempo (se mai lo è stato) di fingere di essere intelligenti dandosi un tono. Lo sai che per me tutto è sullo stesso piano: Dante e la Farinata, Einstein e Dragon Age, Tolkien ed il film con Alberto Tomba che ora non ricordo come si chiama ma tu hai google e quindi usalo.
L’ultimo album, Viceversa, è una figata assurda. Non ascoltavo un disco a ripetizione da millenni e sì, soprassediamo (che è meglio) sul fatto che l’ultimo che ho consumato è stato Unknown Pleasures dei JoyDivision e tra me e quell’Alice lì mi sa che c’è un oceano. Pure due o trecento oceani.
Grazie a Dio, aggiungerei.

Un saluto esultante perché non avere più a che fare con quell’Alice là è un po’ una liberazione

Lavavo i piatti ed ascoltavo i Joy Division.
Cucinavo ed ascoltavo i Joy Division.
Più mi deprimevo e più mi sentivo bene.
Poverina.

Che poi sono lontana dalla leggerezza che vorrei raggiungere, eh. Un po’ di deformazione regna ancora in me, un po’ di quella convinzione che solo nei pensieri profondi (e tristi) si sia un essere umano completo, pensante, interessante. Non ho ben capito il motivo per cui la profondità non possa essere associata alla leggerezza, ai pensieri felici. Eppure è più difficile essere contenti che essere depressi. Ci vuole più forza, più testa, più equilibrio.
E mentre ascolto 2019 per la trecentesima volta da questa mattina penso a quanto sia efficace la dicotomia sublime/verme, spirito/carne. Diciamocelo: necessitiamo davvero di grosse e grasse parole per descrivere la nostra eterna lotta nell’esistenza?
Per me ANCHE NO.
Già è così schiacciante esistere, a volte, che sia leggero almeno il nostro pensiero.

Detto questo Riso nero gusto pizza.

#evangelion from Did you miss me ?

In cucina.

Metto insieme due robe che non sono cibo ma che a me piacciono un sacco anche se non dovrebbero: fiocchi di latte e concentrato di pomodoro. 
Riso nero perché almeno si mastica un po’.

Per preparare del riso gusto pizza, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso nero integrale;
  • concentrato di pomodoro. Circa 30 grammi, ma poi va a gusti;
  • origano;
  • 2 confezioni di jocca, che si aggirano intorno ai 350 grammi.

Puoi mettere pure a lessare il riso, perché il condimento ci mette 4 secondi.

In una ciotola caccia i fiocchi di latte.

Spremi il concentrato di pomodoro.

Butta dentro anche l’origano e mescola tutto.

Assaggia, esclama Oh, ma sa di pizza! E poi aspetta il riso.
Aggiungilo in ciotola e mescola.

Prepara le porzioni ed ecco cosa dovresti avere davanti a te.

Ciao e buon appetito!

Cotolette di melanzane fritte.

Ho dovuto fermarmi. Mi stavo allenando, cercavo di sudare, di far scattare l’adrenalina. Di raggiungere quel qualcosa che non so, ma che ogni mattina mi accende il cervello e a volte – come oggi – me lo spappola.
L’unico momento di pace che vivo è all’alba. Alle cinque, silenzio assoluto, il gatto che entra, mangia i croccantini ed io lì, che mi scaldo il caffè.
Cerco di allungare il momento del risveglio più possibile, di dilatarlo, di respirare il silenzio. Soprattutto il mio, di silenzio.
L’orologio però non si ferma e dopo un tempo che il mio corpo considera ragionevole (quel tempo che mi concede prima di accendere la spia dell’ansia, perché la giornata è sempre troppo breve) mi tocca alzarmi.
Palestra. Spesa. Non pensare. Non pensare. Non pensare.
#video gamers from Retro Game Lovers

Occupa ogni secondo possibile, sii frenetico, non pensare non pensare non pensare

Prima dell’era dell’internet ti si raggelava il cuore. Ha ragione Roberto Mercadini, in questo video per me bellissimo.
È piuttosto ironico che faccia video comici quando nella mia testa regna più che altro confusione ed una sorta di brighter discontent. Lo scrivo in inglese non perché fa più figo, ma perché in italiano non rende: insoddisfazione gioiosa, ma che può essere pure insoddisfazione intensa. Insomma, un gioco di parole che ci metto troppo tempo a spiegare ed il concetto, nel frattempo, se ne è andato a fanculo.
È diverso tempo che non sto bene ed è difficile scrivere (scriverMI) quando ormai so che in molti mi leggono. Non è più un tempo dedicato solo a me e non è un male. Ricevo molte righe di affetto, quel raggerlarsi del cuore a volte si mitiga un po’.
Devo cambiare. In realtà cambio un po’ ogni giorno e riconoscersi in quello che c’è intorno è via via sempre più difficile.
#jokeredit from gwen's edits.

Ed ogni giorno tendo a ridere tragicamente. Sì, Joker è diventato uno dei miei film preferiti.

Chi si ferma è perduto, gli ultimi saranno i primi, nessuno può mettere baby in un angolo.
Frasi fatte si formano nella mia testa, frasi che non hanno alcun senso compiuto.
Ogni tanto torna quel monologo di Bifo, quello sull’importanza di capire che sì, lo Tsunami ci travolgerà tutti e che bisogna trovare qualcosa (QUALSIASI COSA) da dire, pensare, vestire prima di essere spazzati via.
Mi rendo conto di attendere quell’Onda Grande da tempo immemore, di stare sulla spiaggia a vederla arrivare. Lentamente, inesorabilmente. Quanti avverbi.Una delle regole della scrittura è proprio quella di non usarne tanti, di avverbi. Sono una scorciatoia per evitare di usare le parole, per non mettere mano all’immenso vocabolario e gestire i pensieri. Però oggi mi vengono comodi. Oggi devo solo muovere le dita, non mi interessa la forma.
#this virus has gone too far from A TOTAL KARMA COMPRESSOR SYSTEM NAMED GARLAND

Perché oggi non ne posso più.

Non mi sono svegliata all’improvviso in una Wasteland emotiva. È stato un tragitto che ho seguito passo passo. Ho segnato la mappa precisa di ogni svolta, di ogni deviazione, lago, mare, incrocio incontrato. Ora che mi sono fermata, ora che cerco di trovare pace seduta su questa sedia, davanti a questo computer, con miei organi interni attorcigliati dall’angoscia, ora però non voglio più proseguire.
Forse bisogna tornare indietro.
Forse bisogna buttarsi da qualche parte.
Forse.

#morgan jones from we are the walking dead

Morgan non mi sembra convinto. E se non è convinto lui, non c’è via dì uscita.

Prima dell’internet ci si raggelava il cuore. 
Ora ho i mezzi per cercare una soluzione intima, singola. Ho sempre rivestito troppo nel ruolo dell’Altro, come se esistesse una comprensione esterna a quella proprio. No. Quello che fai è regalare le istruzioni precise (tipo IKEA) a qualcuno scelto dal mucchio, per sincronie strane e spesso casuali. Ma quelle istruzioni sono falsate e spesso manco tu sai che cazzo sei.
Io non so chi cazzo sono. Che cazzo sono. Perché cazzo sono.

Due giorni fa mi è stata posta una domanda. Una domanda che ha avuto su di me due reazioni primarie.
La domanda, uscita dal quasi nulla da una persona a cui sto imparando a (scegliere un verbo casuale, perché non so cosa sto facendo manco in quel caso) era: Perché combatti col cibo?

#90scartoons from 90s Cartoons

Rappresentazione chiara delle mie abbuffate compulsive.

Erano tipo le due di notte, era stata fatta quasi come dimostrazione di un discorso più ampio, ed io tra un po’ cado dal letto.
La scelta delle parole mi ha colpito in maniera profonda: questa persona, pur non conoscendomi molto, non ha avuto dubbi che ci fosse una guerra tra me e la roba che ingurgito. Non c’era nessun preambolo di cortesia, solo un quesito lanciato come una bomba a mano.
In un altro momento della mia esistenza avrei caricato quella sua intuizione di profondo significato. Ah, come mi capisce. Ah, sono meno sola.
Invece in quel momento mi sono sentita solo vulnerabile, cristallina per chiunque tranne che per me stessa.
#dwedit from winter is here

Eh, a quanto pare sono solo io che non mi vedo, quindi inutile che fai il figo.

Perché poi non ho mica saputo rispondere alla domanda. Ed è questo che mi ha colpito forse ancora di più: nonostante viva di seghe mentali, a questa domanda non c’è più risposta. Le risposte che ho dato erano fittizie: risalivano alla notte dei tempi, alle cause primarie, a cose accadute LETTERALMENTE (ah, un altro avverbio) nel 1992.
Siamo nel 2020.
È tempo di dare risposte nuove a domande vecchie. È tempo di affrontare l’oggi non come un’eterna stasi del cazzo, un’attesa di quell’onda definitiva (quella Grande), un’attesa di un apocalittico Godot.
Come, non so.
Ci sto lavorando.
Ma ora parliamo un attimo di melanzane.
Pensavo fosse una roba da Capitan Ovvio, ma a quanto pare no, quindi ripassiamo le basi.
E la base è una: le Melanzane sono delle grande stronze. 

Pausa Ludica.

Questo perché sono cariche d’acqua e non puoi trattarle come tutte le altre verdure. Se le friggi, si ammollano. Se le fai nel sugo, succhiano tutto il liquido e devi caricare d’olio (oltre che d’odio).
L’unica soluzione è prendersi un po’ di tempo e farle spurgare. Che è una parola di merda, lo so, ma così si dice e non è colpa mia.

In cosa consiste? Metti un po’ di sale sopra, le fai riposare per un paio d’ore con anche un peso sopra per aumentare la pressione e dalla melanzana esce acqua. Poi dopo quest’operazione puoi anche pensare di strizzarle anche un po’, ma già il semplice far uscire l’acqua è un grosso passo avanti.

Non avevo mai fatto la prova di friggere una melanzana senza farle uscire il sale, ma questa volta mi sono tolta la curiosità. E c’è una differenza abissale.

#Filmedit from Classichorrorblog

Lo so, sono notizie sconvolgenti.

Le melanzane che hanno spurgato sono venute perfette: croccanti fuori, morbide dentro, non oliose.
Quelle che non hanno spurgato, invece, erano molto inferiori e si sono pure comportate diversamente durante la cottura: l’acqua è fuoriuscita, l’olio ha iniziato a sputare, ha calato di temperatura. Il risultato finale erano delle melanzane spugnose, anche se croccanti.
Ma questo perché io so friggere, che discorsi.

#trekedit from nyotas

Grasse risate.

Quindi ripassiamo le basi della frittura che no, non ha bisogno di un termometro e di una friggitrice. Se ce li hai ti semplificano la vita, ma la frittura ha bisogno solo di quello che possiedi già naturalmente: occhi e udito. 
La prontezza della pappa si vede e basta, devi osservare il colore della panatura. E no, la panatura non sarà abbronzatissima o pallidina se l’olio è e temperatura, le cose vanno come devono andare.
E l’olio è a temperatura quando lo vedi friggere in maniera decisa ma non a cannone. Lo so che non ti sembrano indicazioni salienti (e non lo sono, non sono scientifiche e noi siamo abituati a misurare pure il sale, quindi mi rendo conto che l’improvvisazione non è il nostro forte), ma dopo un paio di volte che friggi, te ne rendi conto.

Infine bisogna far riposare la frittura in maniera decente: mai addossare la roba fritta una sull’altra. Metti ogni pezzo ben distanziato uno dall’altro, sopra della carta assorbente. La carta assorbente va cambiata diverse volte, finché il cibo sarà non più unto. Se quando mangi le tue mani sono inondate d’olio, la tua frittura fa cagare.

#godzilla from Kinasin Land

Inutile che t’incazzi, qualcuno doveva pur dirtelo.

Lo so, è il post più lungo del mondo.
Passiamo alla ricetta.

Go, go, go!

Per preparare delle cotolette di melanzane fritte, per due persone, hai bisogno di:

  • 600 grammi di melanzane. Quelle ciccione;
  • olio extra vergine di oliva per friggere. Vuoi usare un altro olio? Libero. Però sappi che è più difficile perché si brucia più facilmente (e pure meno digeribile, ma quello dipende dallo stomaco). È una frittura ad immersione, io ne ho usato almeno mezzo litro;
  • 100 grammi di farina 00 (circa, ne ho usati 75);
  • 200 grammi di pangrattato (circa, ne ho usati 175)
  • 4 uova (200 grammi);
  • sale.

Ritratto di una stronza:

Dobbiamo tagliarla a fette. Non troppo sottili, non troppo spesse.
Tipo così:

Non friggiamo la testa ed il culo.
Però ti consiglio di non buttare i resti delle verdure: io ormai uso qualsiasi cosa per preparare i brodi vegetali.

Metti queste fette sopra una gratella e sotto la gratella metti una teglia.
Non hai la gratella né la teglia? A parte che sei sfigato, puoi sempre usare uno scolapasta messo sopra una pentola (ce l’avrai uno scolapasta, no?).

Ora sala ogni singola fetta. Non è che devi INONDARLE di sale, ne basta poco. Poi sopra alle melanzane appoggia dei pesi.

Lascia riposare le melanzane almeno un’ora. Due è anche meglio.
Quando tornerai le melanzane avranno rilasciato un po’ di liquido. In parte sarà sulla teglia ed in parte proprio sopra la melanzana.

Ora devi solo tamponare ogni fetta con un po’ di carta assorbente, cercando di togliere tutta l’acqua. Puoi anche usare un panno (pulito). Basta che togli quella cazzo di acqua.

Adesso prepara l’occorrente per la panatura.

In un piatto versa la farina.
In un piatto il pangrattato.
In un altro piatto 4 uova sbattute, con un po’ di sale.

Prendi una fetta di melanzana e passala nella farina. Cerca di fare aderire anche sui bordi (anche se non sarà facilissimo).

Passiamo ora la fetta nell’uovo e ricordati sempre i bordi.

Infine anche nel pangrattato.
Devo ancora ricordarti i bordi o hai capito il concetto?

Alla fine avrai un sacco di cose del genere:

Siamo pronti per friggere.
Versa l’olio nella padella che hai deciso di usare, accendi una fiamma media e scalda l’olio. 
Nel frattempo prepara un po’ di piatti coperti da carta assorbente.

Come fai a sapere se l’olio è pronto? Certo, puoi fare la prova dello stecchino e vedere se fa le bollicine. Ma fai prima a gettare un pizzico di pangrattato dentro: se frigge, ci siamo. 

E se ci siamo puoi immergere le fette di melanzane. Comincia con una sola: quando frigge in maniera decisa, puoi aggiungerne altre. Ma non tante, sennò perde temperatura. Ricordati di ascoltare l’olio, sarà lui a borbottare a ritmo. Se borbotta troppo, la temperatura è troppo alta e bruci tutto. Se tace la temperatura è troppo bassa e la frittura saprà solo di olio. 

Ti consiglio di friggere con fiamma bassa: non occorre affatto un lanciafiamme.
Questo non significa friggere con una temperatura bassa, eh, l’olio deve FRIGGERE. Significa solo che se usi il lanciafiamme, la alzerai troppo, ‘sta cazzo di temperatura e brucerai tutto il santopadre.

Gira le cotolette un paio di volte, devi toglierle quando hanno una bella abbronzatura su ogni lato.

Adagiale poi sulla carta assorbente.

Lo vedi tutto quell’olio? Sarà sempre di più. Mentre friggi, occupati delle melanzane già fritte e cambia loro la carta. Ne userai tanta, è uno spreco, ma poi mangerai bene.

Qui ci siamo quasi:

Finito. È stato un viaggio interminabile, ma possiamo mangiare.

Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!