Pancake di feta

Non sopporto opere che parlano di uccisioni realmente accadute, tranne quelle che come scopo hanno la sensibilizzazione (penso a Il Muro di Gomma o al più recente Sulla mia pelle). Per me i morti devono rimanere morti. È questione di rispetto (o forse anche io, sotto sotto, ho del moralismo da scrostare e mi schernisco chiamandolo Empatia).E allora perché consigliare A Sangue Freddo di Capote che è addirittura il capostipite del genere?

Anche oggi Qultura

Perché qui non c’è compiacimento, morbosità né ho trovato traccia di quel patetismo tipico televisivo che funziona tanto bene, quando si vuole FINGERE di provare emozioni fortissime. A Sangue Freddo non è una cronaca, non è un semplice racconto: è un’autopsia. Viene proprio da scrivere così, perché arriviamo quando tutto è finito e già alla quinta pagina sappiamo tutto: Chi, Dove, Quando, Come. Manca giusto il perché, anche se un po’ viene accennato e quindi in larga misura un’idea ce la facciamo. Quindi si va a ritroso, cercando di raggiungere la Verità, se esiste. 


Capote ci disegna la cittadina, la Valle, i vari abitanti e le loro abitudini; ci porta in casa delle vittime, al punto che le conosciamo quasi meglio di loro stesse; ci accompagna nelle esistenze degli aguzzini, senza dare giudizi ma limitandosi a dare voce a lo stessi e ai loro familiari. Quando si arriva alla scena del delitto, siamo già esterrefatti da un pezzo, ci aspettiamo i dettagli trucidi e manco li vogliamo sentire. Quando c’è il processo sappiamo già come andrà a finire, ma vogliamo arrivare a sentirlo dal giudice. Poi c’è l’ultimo capitolo, quello che a me stava annoiando e poi si è rivelato il più importante di tutti.

#dwedit from Doctor Who Gifs
Non ti preoccupare, niente spoiler.

Perché in questa lunga autopsia del delitto siamo così presi (e non dovremmo!) che ci sfuggono troppi particolari. Favorevole o contrario alla pena di morte, è chiaro che questa  minaccia aleggia dalla prima riga del romanzo. Prima o poi dovremo fare i conti con i nostri pregiudizi e giudizi e in quell’ultimo capitolo ci tocca. Eccome se ci tocca. Anche qui nessun patetismo, ma una cronaca degli eventi pura e semplice, raccontata da più punti di vista (tecnica usata per tutto il romanzo).
Da leggere e rileggere.

Ed ora Pancake di Feta di cui ti do delle dosi, ma che non so se consigliarti di seguirle alla lettera o di raddoppiarle: un pancake non sfama (manco coi pomodori), ma due? Non ne ho idea, se poi non sfamano uguale hai mangiato come un porco ma senza sostanza.
Buoni sono buoni, ma poi vedi tu.

Go, go, go!

#xmenedit from World's Finest !

Per preparare due pancake di feta (che potrebbe mangiarsi anche una persona da sola), hai bisogno di:

  • 200 grammi di feta;
  • un uovo;
  • origano, rosmarino secco, qualche foglia di menta e di basilico;
  • peperoncino in polvere;
  • 60 grammi di farina di semola;
  • 20 grammi d’olio per cuocerli;
  • pomodori d’accompagnamento.

FACILISSIMO.
Apri la feta, sciacquala bene sotto l’acqua fredda per togliere l’acqua e sale in cui è conservata.
Rompila in una ciotola e aggiungi un uovo.

Aggiungi anche tutti gli altri ingredienti: le varie erbe, il peperoncino e pure la farina.

Impasta bene con le mani. Otterrai una roba appiccicosa, ma compatta.

Ora dobbiamo fare delle pallotte (ne escono due) e per farlo, però, bagnati le mani, sennò col cazzo che riesci a manipolare l’impasto.
Fai la palla, poi l’appiattisci, tipo quando fai l’hamburger.

In padella scalda 20 grammi d’olio ed appena è super super super caldo, adagia i due pancake.

Ci vogliono due minuti di cottura per ogni lato .Girarli non è difficile, sembrano fragili ma non lo sono: ti basta usare due palette. Con l’aiuto di una palette metti bene il pancake sull’altra paletta e con un colpo di mano (di polso, direi) lo giri. Fine. Più difficile spiegarlo a parole che farlo, credimi.

Prepara i piatti e davanti a te dovresti avere una roba del genere:

Ciao e buon appetito!