Spaghetti Cibo Degli Dei (altro che Poverella)

Pizza o Sushi? E perché non vai a MasterChef?

Risolviamo subito il primo quesito: pizza, pizza e ancora pizza. Forse quando e se mi improvviserò Marco Polo potremo anche parlare di Sushi, ma per ora pizza ed aggiungerei Cowabunga.

Anche Booyakasha va benissimo!

Ma MasterChef, ecco, fino a due giorni fa abbozzavo perché non sapevo manco che fosse.

Poi sotto un mio video di una pasta con la colatura di alici, i commenti sotto erano tutti criptici: Vicotta Fvesca Piselli Fveschi Tutto Fvesco, I Sapovi della mia Tevva ed infine una sentenza senza appello: a Marco Giordano non piace questo elemento.

Così ho sollevato al cielo la mia spada magica ed ho esclamato Per la Forza di Google! 

Quando la forza ti pervade

E la Grande Forza mi ha mostrato il video di un ragazzo cuoco wannabe insultato per una decina di minuti da 4 cuochi evidentemente famosi (talmente famosi che le loro facce le conosco persino io che vivo anni luce distante dalla tv).

Ora quindi posso rispondere con grande sicumera: io a MasterChef non ci vado manco se mi pagano. Anzi, proseguo. Io, se fossi stato Marco Giordano, avrei preso il mio piatto di gnocchi fveschi e l’avrei lanciato in faccia a quel pirla che mi stava trattando come una nullità.

Ho reagito un po’ così, con l’odio trattenuto.

La cucina è gioia e condivisione, non competizione ed umiliazione. Quella roba che ho visto è il massacro di una cosa bella e pure uno sfoggio di bullismo gratuito. Tutti a rompere il cazzo con il buonismo e poi questo? Il senso di vietare artisti perché razzisti – ma mi spiegate come poteva non essere razzista e colonialista Conrad?– di proibire film o di cancellare figure storiche perché diseducative se viste con gli occhi della contemporaneità non mi sembrano provvedimenti salienti per la nostra crescita culturale. Anzi. Piallare ciò che eravamo per un senso di vergogna è del tutto irrispettoso verso tutte le minoranze (o presunte tali) che l’uomo bianco colonizzatore ha vessato nei molti secoli di dominio.

Già ritenevo sciocco chiedere scusa nelle introduzioni dei fumetti di Osamu Tezuka per il suo tono razzista, figurarsi cosa possa pensare sull’abolire la visione di Via Col Vento o sul proibire gli scritti di Lovecraft.

Osamu Tezuka ha creato questa cosina qui.

Sì, siamo stati tutti razzisti. Sì, i negri non avevano un’anima e ci scattavamo (si scattavano, signori, io non c’ero e manco tu) le foto davanti ai negri bruciati vivi.  Sorridendo, persino. Pensa che begli album di famiglia…

Questo ieri ieri, l’altro ieri massimo.
Oggi no. Oggi dobbiamo vergognarci e commemorare, non vergognarci e nascondere.

Ah, ma io stavo parlando di Masterchef.
Dicevo. La vera scuola di comportamento non avviene cancellando la Storia o riscrivendola, ma si nasconde nelle piccole cose. Trasmettere un programma televisivo dove un ragazzo viene umiliato di fronte al pubblico in cambio di una micragnosa popolarità, è il modo giusto per formare un nuovo popolo di pezzi di merda, vessatori e arroganti. La gentilezza non costa nulla. Imparare è una cosa bella. Tutto quello sfoggio di potere e di prosopopea di quei 4 cuochi mi ha fatto vomitare.

#my gifs from HORROR LOVER

Persino lui disapprova

Non che il bullismo in tv se lo sia inventato MasterChef: Bonolis ci ha costruito una carriera. Non si ride CON (come con la Corrida, che era uno sfoggio di demenza generalizzato che abbracciava il pubblico con i campanacci, il concorrente e persino il Maestro Pregadio), si ride DI. Che è svilente per l’essere umano ed ogni volta che qualcuno viene svilito, ci perdiamo tutti. In umanità.
Così capisco anche gli atteggiamenti di questi ragazzini che invece di venire a parlar con me, cercano di demolire la mia persona. Per la cucina sporca, una ricetta sbagliata o qualsiasi cosa pensino possa ferirmi.

#robocop 2 from Animus Vox

Quando ti bullizzano.

Solo che non han capito che io me ne sbatto i coglioni e quindi non attacca.
Però la reazione di molti – la PRIMA reazione di molti – è cercare di bullizzarmi. Mica è un comportamento che dedicano solo a me, è una roba generalizzata. E fa schifo.

Che poi, attenzione, prima o poi questa roba potrebbe pure trasformarsi in una bomba atomica. Hai presente la scena del Joker, quando viene invitato da Robert De Niro in televisione?

Joaquin Phoenix Robert De Niro Joker Trailer Todd Phillips Joker ...

Prima di entrare in scena.

Hai presente che fine ha fatto De Niro, nel film?
E chi lo biasima, Arthur Fleck? Non io. Gli stronzi, forse. Quelli che guardando quella scena si rendono conto di avere sempre avuto un atteggiamento non proprio corretto verso tutti quelli che ritenevano – spesso a torto – deboli solo perché diversi.

Per me Arthur Fleck aveva ragione.

#Godzilla vs Spacegodzilla from Exploitastic

Anche nel mondo dei Kaiju c’è il bullismo. Povero Minilla.

Ed ora parliamo di Cibo degli Dei.
Spaghetti.
Burro fatto in casa.
Parmigiano.
Uova al tegamino.
In pratica tutto quello che io preferisco nella vita, messo insieme in uno stesso piatto.
Ennesima variazione su tema della pasta col burro quella difficile, ma ci sta tutta. Lo sai come lo chiama il resto del web questa roba che ci stiamo per mangiare? Pasta alla poverella.
Però noi no. Non c’è niente di povero in questo tripudio di gioia che stiamo per mettere nello stomaco.
Noi lo chiameremo Spaghetti Cibo Degli Dei, perché è giusto così.

Go, go, go!

Osamu Tezuka ha creato questa cosina qui.

Per preparare degli spaghetti cibo degli dei, per 2 persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di spaghetti;
  • 50 grammi di burro + pochissimo burro per le uova. Quando si usa tanto burro e quindi il gusto diventa super importante, consiglio di prepararlo in casa. Basta compri della panna fresca non zuccherata e segui questo procedimento qui;
  • 4 uova. A temperatura ambiente;
  • 100 grammi di parmigiano grattugiato;
  • sale.

Metti l’acqua della pasta a bollire.

Se vuoi preparare il burro in casa, usa questo procedimento.
Grattugia a polvere 100 grammi di parmigiano.

Metti il burro nella pentola che hai deciso di usare.

Attendiamo le bolle della pasta.
A questo punto facciamo due cose contemporaneamente:  prepariamo le uova e quando queste sono a buon punto caliamo gli spaghetti (che però devi tirare fuori 3 minuti prima del tempo indicato sulla confezione)

In un padellino antiaderente (antiaderente davvero, altrimenti bestemmi) metti poco burro (5 grammi, veramente poco) e distribuiscilo bene per tutta la superficie, a fiamma bassa. Appena ha coperto tutta la superficie, spalmalo con della carta assorbente: il grasso ci sarà ma non si vede più.

A questo punto caccia dentro le uova e falle andare a fiamma bassa finché il bianco sarà cotto.
Il tuo apporto non è molto: devi solo assicurarti che i bordi (più sottili) non si attacchino al fondo del padellino. 

Tienile da parte.

Ora sciogli il burro a fiamma molto bassa e quando gli spaghetti sono pronti, cacciali in padella senza buttare la loro acqua di cottura. 

Versa un po’ d’acqua e concludi la cottura: non c’è bisogno di usare una fiamma a cannone. Mescola sempre, versa acqua se evapora, fermati quando gli spaghetti sono pronti (assaggia, se hai dubbi).
Lascia un pochino di liquido e spegni la fiamma.

Lascia riposare la padella per un minuto, dobbiamo fare abbassare la fiamma.

Poi caccia un pochino di parmigiano per volta, mescolando con le pinze e facendolo assorbire dagli spaghetti. Bagna con acqua se occorre,stiamo facendo una crema.
Non è difficile, ma devi assicurarti di non versare il parmigiano direttamente a contatto con la padella, altrimenti si attaccherebbe al fondo. Formaggio sopra gli spaghetti, giri gli spaghetti tra loro, bagni con l’acqua e poi aggiungi altro formaggio.

È più difficile da spiegare che da fare, fidati.
Alla fine verrà fuori una crema.

Versa gli spaghetti nei piatti.

Sopra schiaffaci le uova e mettici sopra un po’ di sale.

Spacca tutto e goditi potere e bellezza delle tue ginocchia:

Ciao, buon appetito!

Tagliatelle con zucchine e guanciale croccante

Prendere la bici, credersi Girardengo.

Ho amato tanto il libro quanto ho odiato il film.

Percorrere le strade di campagna, passare davanti alla casa della signora Rosa e sperare di incontrarla. Mai che accada, eh, mai.
Salutare il signore che non ha la voce e poi quello col cane, 2 tipi senza nome ma che fanno parte delle mie giornate.

Poi 3 parole con la cassiera, giusto 3, senza capirci perché la mascherina ci rende tutti diversamente parlanti.

Infine le zucchine e don Alfonso, lo vuoi del prezzemolo? Per le uova passa oggi pomeriggio.

#my gif from Raiders of the Lost Tumblr

Ricordati di prendere il numero dal salumiere, però.

Il mio oggi, il mio ieri e il mio domani.
A me non dispiace affatto. Quei pochi momenti in cui penso di essere esattamente dove dovrei.

Poi però navigo. Solo coi pensieri, poiché il culo è ben ancorato alla poltrona.

Mi assalgono cose a caso.

Le scarpe di vernice nera della prima elementare, l’astuccio degli orsetti del cuore, lo zaino di lupo alberto.
L’ieri. Che dovrebbe essere lontanissimo.
Non dare mai un nome ad un fiume:
Sempre è un altro fiume a passare.
Sarà. A me sembra tutto uguale, persino là, dove il fiume diventa mare ed a volte il mare diventa fiume.
Mah.
Image from This blog closed.... Thanks for the memories.

Non c’è neanche uno squalo con cui divertirsi un po’.

Sarebbe bello non dico ESSERE UN GENIO, ma almeno essere sorpresi da un guizzo di originalità. Ogni tanto. Una volta l’anno, dai. Invece no. Invece mi ritrovo ad usare materiale ascoltato, letto, guardato. Assorbo e rilancio, al massimo rielaboro, non molto di più.
E va beh, vorrà dire che riflettiamo su pensieri altrui, magari qualcosa di buono esce lo stesso. In fin dei conti cuciniamo pure roba scopiazzata da altri siti, quindi perché non fare dilagare l’inutilità pure nell’introduzione?
Sì, lo so, è impossibile sviluppare un pensiero originale.
C’è da dire che da queste parti manco ci proviamo.
Quindi 4 considerazioni random su robe raccattate in giro, a caso, mentre facevo altro.
#hellblade senua's sacrifice from Something's waiting in the bushes of love.

Di solito mentre combatto i miei demoni interiori.

Quando non abbiamo quello che vogliamo è perché non ci hanno insegnato come chiedere.
Ma se non sei in grado di scegliere le parole, se addirittura non sai manco cosa cazzo vuoi, come speri di ottenere qualcosa?
Ultimamente sento tanta frustrazione. Rabbia, incazzatura, energia mal incanalata. Spaccherei tutto. A volte spacco, tutto. Nella stanza qui di fianco ci sono ancora i cocci di una chitarra di plastica distrutta in mille pezzi,  urlando fino a spaccarmi le corde vocali.
A volte sto male fino al punto di impazzire.
Ma non so cosa c’è. So che c’è, ma non so COSA.
Mi sento rifiutata. Da me e da te.
Vorrei chiudere in uno sgabuzzino tutto quanto. Le foto che non ho, la tastiera di questo computer, le lenzuola sudate, il broncio che mi prende spesso, le parole stucchevoli che non metto nero su bianco per falsa dignità.
#horroredit from you’re my people

Non voglio più vedere le mie paranoie. Forse.

Mi sento in colpa a scrivere.
Mi sento terribilmente a non scrivere.
Chi mi legge non capisce.
Chi non mi legge, non capisce uguale.
Ma tu che ne sai che significa essere me?
Nascondi quella foto, buttala, la sola vista mi è insostenibile.
Poi mi arrivano pensieri sconnessi. Non da me, proprio dalla realtà.

Ascolto questa canzone e penso all’incertezza delle grandi imprese. All’incoscienza dietro al coraggio. Alla codardia dietro all’immobilità.

Penso che tutte queste parole servano solo a dare poetica al triviale. Io sono un animale. Un animale vero.
Tutto il resto è per darmi un tono.
Tipo quelli che discorrono di Antonioni, ma quanto vorrebbero vedersi un filmaccio con Alberto Sordi. QUANTO.

#predator from ScaryMovies101

O Predator.

Vorrei coprire con un panno tutti gli specchi di casa ma non posso: mi servono per l’allenamento. Sono costretta a non staccarmi gli occhi di dosso.
3 serie di bicipiti per 10 ripetizioni. Io e quella faccia da cazzo nello specchio.

#gilda from classicfilmsource

Me lo dico da sola.

Io voglio essere il tuo cassetto del comodino dove metti le robe che non sai più dove mettere.

Non si può continuare a scrivere così, a pensare così, a vomitarsi addosso così.
Ho un puzzle da un milione di pezzi al posto del cervello ma qualcuno s’è perso, ho cercato nell’aorta ciò che mancava ma era la solita romanticheria da 4 centesimi. I pezzi stavano sotto al letto, vicino ad un calzino sporco, ad un libro dimenticato ed un ragno morto.

A volte per riempire il cumulo di vuoto costruisco intere città di stronzate. Anzi, che dico città: MULTIVERSI.

#GIF from Kinasin Land

E indosso maschere per non far vedere quanto sto male.

Poi, dopo un po’, mi accorgo di quanto fosse tutto artificiale e quanta energia abbia sprecato solo per montare un’illusione.

Ma poi si ricomincia.
Dov’è il pezzo del puzzle? Dov’è?

Ah, già, il ragno morto.

Per fortuna ci sono le tagliatelle ed il guanciale, non è poi un mondo così terribile.

#dwedit from toss a coin to your bitcher

Sapevo che ci saremmo trovati d’accordo.

Sì, lo so, le tagliatelle non sono il formato proprio ADATTISSIMO se ci vuoi mangiare le zucchine: non si mescolano bene, non si legano e se non mi vuoi dare retta e preparare dei fusilli, c’hai ragione pure te.
Ma io avevo voglia di tagliatelle. INFINITA VOGLIA DI TAGLIATELLE.
Se quello di oggi fosse stato l’ultimo mio pasto (ed ora esco, magari finisco in un fosso) volevo proprio che fossero tagliatelle.

Go, go, go!

#mine from allons-y!

Ma no, non credo, già cucinare un piatto di pasta è piuttosto stancante. Quante manie di grandezza.

Per preparare delle tagliatelle con guanciale e zucchine, per due persone, hai bisogno di:

Inizia preparando la pasta.
Le regole te le ho già spiegate qui, quindi non mi ripeterò. Ricordati solo di usare uova a temperatura ambiente, di impastare per 10 minuti e di far riposare l’impasto almeno 30 minuti.

Nel frattempo taglia a dadini o a listarelle il guanciale.

Taglia le zucchine a pezzetti abbastanza piccoli e taglia a rondelle il porro.
Il porro si usa quasi tutto, ci si ferma quando sta per diventare un albero.

Hai formato le tagliatelle?
E allora partiamo.

In una padella metti il guanciale, senza aggiungere altri grassi, e fai sudare a fiamma bassa.
Pian piano cambierà colore e rilascerà la ciccia.

Giralo spessissimo, fallo colorare in maniera uniforme.
Poi fermati. Ci vorranno circa 5 minuti ed usa sempre una fiamma bassa. Se lo vuoi croccante, prosegui finché è croccante.
Poi toglilo con delle pinze (e non buttare la ciccia) e lascialo riposare su un piatto (chiudilo con una tazza o un altro piatto così non congela).

In quella ciccia caccia il porro.

Fai andare tre minuti: si ammorbidirà e cambierà leggermente colore. A quel punto unisci le zucchine.

Non mettere sale e cuocile con una fiamma piuttosto alta. Dobbiamo averle cotte senza che si ammorbidiscano troppo e ci vorranno 10, massimo 15 minuti.
A fine cottura aggiungi sale e pepe, non prima, altrimenti si ammollano.

Metti a bollire le tagliatelle per 10 secondi. Sì, 10 secondi sono più che sufficienti.
Poi le scoli (male) e le cacci in padella (e non buttare l’acqua che ci serve).

Fiamma media, mescola con forchettone e pinze e tante bestemmie, cercando di unire le zucchine.
Non è facile, sarà un po’ slegata, invocherai Gesù. Ogni tanto bagna con l’acqua, se vedi che si asciuga.
Ma prima o poi un po’ di zucchine si saranno infilate nella pasta. Comunque quest’operazione non deve durare più di 2 minuti, altrimenti scuoci tutto.

Ora prepara i piatti.
Guanciale croccante, una spolverata di pepe ed infine un po’ di pecorino grattugiato.

Davanti a te dovresti avere una roba del genere:

Ciao e buon appetito!

Penne con crema di peperoni

C’è un certo rilassamento nel pensiero che sì, è vero, eravamo deficienti, ma per quanto fosse anche colpa  nostra (perché la responsabilità è duplice) in fin dei conti quello che stava accadendo era una truffa su larga scala. Ci stavano fregando: i soldi, la gioia, la serenità mentale. Ci spacciavano benessere di finzione in cambio di una soddisfazione materiale estemporanea: una macchina nuova, il frullatore, le scarpe, la lavatrice.

#gameboy from Rewind the 80's-90's

Il nuovo GameBoy

Però era la tv a vendercele, sforzandosi tantissimo di convincerci delle robe che oggi sono trite e ritrite: con questo dopobarba scoperai di più, con questa farina sfornerai delle torte che manco Nonna Papera, con questo giocattolo i tuoi compagni di classe non ti infileranno più la testa nel cesso.

E noi ad accumulare oggetti. È un noi impersonale, è un noi che racchiude mio padre, mia madre, un noi che parte da quella generazione di quasi trentenni che negli anni ottanta ha scoperto la ricchezza spicciola. Si facevano le vasche nei centri commerciali spendendo tutto lo spendibile e quando si tornava a casa con il pollo arrosto industriale, le patatine fritte industriali, le focaccelle industriali, il Gesù Cristo Industriale ci si sentiva arrivati, appagati, falsamente felici. Portafoglio vuoto, anima vuota, salotto e frigorifero pieno.

#dawn of the dead from That's some bad hat Harry

A camminare tutti cos’.

Stamattina YouTube ha deciso che siccome è un periodo da Sunset Boulevard, dovevo per forza ricordarmi di Berardi. Che poi non l’ho mica dimenticato: non c’è settimana in cui quel cazzo di monologo dello Tsunami mi attanagli. Dopo tanti anni quel monologo di pochi minuti mi apre voragini, mi crea scompensi, mi spinge a muovermi senza conoscere una direzione. Ad ogni ascolto mi sembra di avere colto l’essenziale. Poi però continuo a trottolare, a sbattere i mignoli sugli spigoli, continuo ad esistere in una realtà troppo stretta per riuscire a farmi uscire il proverbiale barbarico YAWP che tutti noi dovremmo urlare prima che la fine ci raggiunga.
Quindi non l’ho capito, quel monologo. Continuo a non capirlo. Tanti anni e non capisco ancora un cazzo.

Sì, sono un genio.

Risentendo un paio d’ore di pensieri sparsi di Bifo, subito mi riconosco in un plagio eclatante. Non parlo come Bifo, non penso come Bifo, non mi atteggio come Bifo. Eppure è EVIDENTE in me la volontà involontaria di emulazione. Indubbio che abbia plasmato molto del mio modo di vedere il mondo, di annusarlo, del mio modo di ricondurre tutto – dal movimento terrestre impercettibile ai nostri sensi al mio uso selvaggio di parentesi ed incisi – alla soggettività più soggettiva. Tutto è viaggio atteso, tutto è Godot. Tutto è una narrazione epica, un’Odissea del niente dove il semplice inforcare la bicicletta per andare al supermercato muta in iperbole spesso anche un po’ forzata.

#marveledit from gorgeous, yet functional

Lo so, ti capisco, è un post un po’ impegnativo e faticoso.

Le more del gelso sono il mio loto, le spiagge invernali (apocalittiche ed inospitali) sono terra di Lestrigoni ed io un Ulisse che raccatta persino l’epica altrui, incapace di costruirne una propria. Quello Tsunami minaccia, sempre. Ed io non so che cazzo farmene, di questa consapevolezza.

A volte penso di essere affetta da una strana forma di alessitimia (sì, sto citando Bifo) che pervade tutto il mio vivere quotidiano. La vita scorre, io me ne accorgo, ma pare non esserci una vera presa di coscienza, un vero raccogliere le forze per un’azione propositiva qualsiasi. Ho superato pure l’apatia, è come se tutto accadesse a qualcun altro.

Tumblr: Image

Incapace di prendere decisioni semplici e intanto il tempo scorre.

E mi stupisco ad ascoltare, ora come allora, totalmente assorbita le parole di Bifo su (quasi) ogni argomento. Ritrovo le origini di molte mie idee, di molta mia poetica, di molta mia insoddisfazione. Berardi è quello che mi ha rivelato il mondo per quel che è: molto meno orrendo di come lo percepissi in partenza, più pieno di possibilità da evocare ma altrettanto colmo di ostacoli che renda  quelle possibilità concretizzabili.
Il cambiamento è il motore del pensiero di base. Cambiamento del singolo, certo, ma per forza pure collettivo.

Così in questo video qui si mette a parlare della potenza del desiderio come forma distruttiva. Un video del 2010, un’epoca con ancora i social network agli albori, in cui ancora non (mi-ti) ci (si) drogavamo di condivisione selvaggia.
Non sto facendo la morale: tu sai il numero delle volte in cui vado al cesso, sono colpevole quanto te di questo comunicare tutto a tutti, con filtri più o meno evidenti. Ed è ai filtri che volevo arrivare: poiché tutti, oggi, vendiamo tappeti.

#one punch man from Animation is beautiful

Sì, di nuovo questa analogia.

Ti trascrivo parte del monologo di Berardi:

“Il desiderio non è soltanto una forza liberatoria, il desiderio può essere anche una trappola. Il desiderio è un campo, non una forza. Ed è un campo sul quale si scontrano tensioni, pulsioni, modi di essere fra loro molto differenti.

Il desiderio invece di essere espressione di una soggettività che si afferma, che si espande, che si rende più solidale, più forte, diventa un flusso che penetra all’interno del campo sociale che lo inquina, che lo trasforma nel contrario del desiderio medesimo. E si trasforma per l’appunto in desiderio di morte.

La pubblicità ci induce a diventare gli assassini di noi stessi, ci induce a diventare trappole per noi stessi perché in realtà la ricchezza non è affatto avere, la ricchezza non ha nulla a che fare con l’avere. LA RICCHEZZA È LA CAPACITÀ DI ESSERE NEL TEMPO.
Ricchezza non è accumulare in un frigorifero che tanto non potremo mai aprire, una massa sterminata di formaggi che non potremo mai mangiare.

#filmedit from FOR IN THAT SLEEP OF DEATH WHAT DREAMS MAY COME 💫

La ricchezza per noi è una bella grigliata al tramonto.

Mi fermo su questo paragone mangereccio, che siam pur sempre in un blog di cucina, se non ti parlo di ciccia poi tu mica mi ascolti più.

E come dicevo all’inizio, c’è un certo rilassamento nel pensiero che sì, è vero, eravamo deficienti, ma per quanto fosse anche colpa  nostra (perché la responsabilità è duplice) in fin dei conti quello che stava accadendo era una truffa su larga scala.
Adesso non è più così. Adesso ci passiamo l’uno con gli altri e nemmeno tanto sottobanco quanto sia speciale la nostra normalità. Le storie e i post di Instagram sono l’apoteosi di un’ostentazione di una realtà edulcorata: una vetrina di momenti non momenti e quei momenti sono anche un monumento del vacuo. Perché fa sempre riflettere l’esigenza di impegnare tante energie solo per apparire ad un altro che non è nemmeno l’Altro: non è il soggetto dei nostri desideri e pulsioni, è piuttosto un utente senza faccia-corpo-essenza su cui vogliamo lo stesso fare colpo. La sua invidia, pure silente, è la nostra soddisfazione.

#mortal kombat from 希望

Ho quasi finito, stai calmo.

Ciò che differenzia questo venderci tappeti dalla truffa di cui sopra non è solo l’origine, non è solo l’imitazione di una pubblicità che – arrivando da noi – sembra più vera e tangibile. No, ciò che differenzia l’ieri dall’oggi è che persino quelli come me – quelli che la tv non l’han mai guardata, che piuttosto di avere un capo firmato sarebbero usciti in mutande – persino quelli come me, dicevo, ci son cascati.
Magari in una versione trasfigurata e distorta, ma ci son cascati lo stesso.
Prendi me, l’esempio che conosco meglio. Il mio mostrare appositamente una cucina lercia (a volte sporcandola di più prima di accendere la fotocamera), di mostrare i lati più grezzi della mia persona (un rutto, una muffa, una bestemmia), questo mio girare video fatti male tagliando parole a metà e spesso con immagini volutamente antiestetiche e storte… non è forse una risposta a 30 anni di spot pubblicitari e trasmissioni tv?

Tumblr: Image

Sì, hai capito bene, a volte sporco la cucina apposta.

Ho uno standard da cui voglio allontanarmi, da cui voglio distanziarmi, su cui voglio sputare sopra. Ma pur sempre da uno standard parto.
Mi domando se riuscirò mai a esprimere per davvero la mia soggettività, se capirò chi sono, cosa voglio, dove sto andando e perché.
Oltre a essere CONTRO, a ribellarmi ai modelli costituiti.
Sì, non sono una casalinga con le unghie laccate, che alza le bottigline d’acqua perché si allena a casa gridando ANDRA’ TUTTO BENE, che cucina per il maritino che si lecca i baffi e che non distingue Garibaldi da Giuseppe Verdi o da Marco Polo.

Ma che me ne faccio?
Perché vendo tappeti?

Ho capito, preferiresti la tortura a questo mio scrivere.

Sì, è la domanda di questo rutilante 2020.

Ed ora mangiamo: pasta con crema di peperoni.
Da sensei Bifo a Sensei Pappagallo, perché tanto io non sono io (e un evento poi non è)

Go, go, go!

Per preparare delle penne con crema di peperoni, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di penne;
  • 500 grammi di peperoni, misto di gialli e rossi (peso preso dopo la pulizia);
  • una cipolla;
  • basilico;
  • 70 grammi di panna fresca da cucina (quella non zuccherata, ovviamente);
  • 40 grammi totali di ricotta salata affumicata;
  • 30 grammi d’olio;
  • 2 spicchi d’aglio.

Trita la cipolla.
Taglia a pezzetti i peperoni. Più piccoli saranno e meno impiegheranno a cuocere.
Togli la camicia agli spicchi d’aglio.

Grattugia la ricotta salata e metti l’acqua della pasta a bollire.

Versa 30 grammi d’olio in padella e fai soffriggere la cipolla e l’aglio.

Dopo qualche minuto, quando la cipolla inizierà ad essere morbida, aggiungi i peperoni.

Aggiungi il sale, il basilico, chiudi col coperchio e fai andare finché saranno morbidi. Ogni tanto gira (insomma, non te li dimenticare lì) e se occorre aggiungi acqua calda.

Appena sono morbidi, togli l’aglio e caccia tutto nel boccale in cui puoi usare il mixer ad immersione.
Trita tutto, aggiungendo ulteriore basilico, sale se occorre e 70 grammi di panna.

Otterrai una crema liscia che puoi ributtare in padella. E se non è abbastanza cremosa, aggiungi acqua calda.

Accendi una fiamma bassa, attendi la pasta che devi scolare un paio di minuti prima del tempo indicato sulla confezione.

Butta pure lei in padella e concludi lì la cottura, mescolando ed aggiungendo acqua se occorre.
A fiamma spenta caccia dentro 20 grammi di ricotta salata.

Mescola bene e prepara le porzioni, spolverando ancora con altra ricotta salata.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!