Riso con piselli e uova

Essere accettati per quello che siamo.
Negli ultimi tempi a volte mi suona come una scusa buona per chi non vuole evolvere mai, manco per sbaglio.
#Donald Duck from 25¢

Sì, è uno di quei post lì, rassegnati.

Ogni giorno cerco di costruire il mio corpo. Sogno Angela Bassett, mi guardo allo specchio e sono ancora un budino, ma l’obiettivo è davanti a me. Cerco di mangiare bene, poi cado in preda alle salsicce oppure mi capitano i gelati, le fritture, la sugna arrosto. Però il giorno dopo ci si riprova. Il giorno dopo si trasformano le calorie in eccesso in 246 flessioni e si prosegue. Inciampando, dal 2015 ad oggi, mi sto costruendo quel corpo lì, coi muscoli e gli addominali, buon pesce e tanta forza. 
Con la stessa metodicità cerco di costruire la mia mente. Leggo, scrivo, penso.
Mi alleno e penso.
Mi alleno a pensare.
Così la mia mente evolve, costruendo pensieri sempre più complessi.

Bene. Forse è tempo di costruire pure le relazioni con gli altri. Chiaro è il mio stato mentale, se si contano i forse, i probabile, i credo.

Questi altri sono tutti, al momento.  Ci provo, combattendo il mio naturale mutismo e scazzo.
Sì,  nella vita reale sono quasi muta.
Sì, lo so che sembra strano.

Va tutto bene finché non me ne frega qualcosa. Quando scatta l’interesse, ecco le mie solite paranoie.
#Adventure Time from I Did A Little Research... You're A Whore

Eh, lo so, ma è più forte di me.

Sto cercando di aggiustare la rotta.
Non puoi DECIDERE di essere diverso ed esserlo: li ho visti i loop di comportamento, li conosco molto bene. Per cambiare ci vuole tempo e attenzione e misura e la misura è qualcosa che mi manca.
Aggiungiamo poi che svilirsi è un attimo. Perché un conto è osservare ciò che non va e modificarlo, un conto è tradire chi si è per compiacere un altro. Convincersi che ci sia qualcosa che non va in noi, quando – e forse è più difficile accettare questo – semplicemente all’altro non piacciamo e basta.

Ed è inutile incazzarsi, tanto vale urlare alle nuvole.

I rapporti a due sono rapporti a due: i compromessi e le comprensioni devono scorrere in maniera vicendevole.
Se ci si annulla per diventare ciò che l’altro si aspetta, non si sta cambiando. Si sta solo creando un rapporto di dipendenza, l’ennesimo.
Quindi piano.
Scarpe rotte ai piedi, bussola, bastone da passeggio. Un passo per volta e vediamo dove vogliamo dirigerci, che neppure la direzione è certa. 
Mi domando spesso cosa voglia dire trovare un proprio equilibrio e riuscire a bastarsi nella solitudine. Idealmente bisognerebbe essere innamorati di noi stessi, in un modo sano. Sano, eh, nessun egoismo estremizzato che si trasforma in cattiveria verso l’altro: quella è una strana forma di onnipotenza più che innamoramento.
Una volta che ci si autoinduce uno stato di felicità, in teoria, ci si può relazionare con l’altro.
Noi colleghiamo la relazione con l’altro con la felicità stessa. Non siamo felici se non c’è qualcuno che ci rende felici e spesso questo porta una buona dose di miserabilità.

Non ci avevi pensato, eh? Immagino come ti stia illuminando.

Questo meccanismo (l’ho già scritto qualche tempo fa) ci porta ad innamorarci della persona sbagliata, perché è la persona sbagliata che scatena reazioni non controllabili. Ora ci accoltella ed ora ci cura le ferite e noi non sappiamo se ridere o piangere. Io spesso rido e piango insieme, ma sospetto sia colpa degli ormoni.
La persona giusta non farebbe niente di tutto questo: direbbe la parola giusta al momento giusto, sarebbe perfetta sotto ogni aspetto. Niente sofferenza, mai, perché essendo perfetta non conoscerebbe l’errore e si vivrebbe in una beatitudine di sincronia.
Ma noi non sappiamo che farcene della perfezione dato che associamo la relazione con l’altro allo squilibrio. A noi ci piace questo squilibrio, galleggiamo in un mare di masochismo emotivo, siamo infelici e più siamo infelici e più siamo a nostro agio.

Inutile che dici di no, lo sai pure tu che è così.

Non aiuta un po’ tutto il nostro contesto sociale.
Mio padre elencava i sacrifici che faceva per crescermi e mi ripeteva allo sfinimento che da grande sarebbe toccato fare a me lo stesso. Avrei dovuto lavorare, dovuto avere un marito, dovuto avere dei figli. DOVERE, DOVERE, DOVERE.
Io mi sentivo in gabbia. Avevo 13 anni ed odiavo il futuro. L’ho rigettato, ora come allora. A volte penso che la mia vita sia un atto dimostrativo: Guarda papà, non ho fatto un cazzo di quello che volevi tu, vaffanculo.
Ma no, i vaffanculo suonerebbero come una rinuncia a qualcosa,
Ho fatto bene a non incastrarmi in quelle robe, sono contenta di esserci riuscita.
Però mi rendo conto che le alternative non sono tantissime e che comunque i miei rapporti personali sono fermi all’adolescenza.
La questione è che non ci insegnano ad amare, che scritta così sembra una roba retorica e stucchevole ed ho già cancellato la frase 67 volte ma ora basta, ora la lascio e non me ne importa un cazzo.
Non me li hanno dati gli strumenti per capire come rispettare la persona che penso di amare. Non me li hanno dati gli strumenti per capire come avere rispetto per me. Mi hanno dato squadra, righello, penne, fogli A4, persino la palla medica. Ma questi strumenti qui, no.
#studioghibliedit from 𝖈𝖑𝖔𝖚𝖉𝖇𝖚𝖘𝖙𝖎𝖓𝖌1985

Vabbè, adesso non esagerare.

Non è una scusa.
Ho tanto tempo per imparare ad essere ME e sono fortunata, perché in questo momento posso permettermi di sperimentare.
Sono convinta che molti abbiano avuto la mia stessa crisi di coscienza, a quasi 40 anni, senza aver possibilità di cambiare una virgola. A causa del lavoro, della famiglia, di costrizioni che si trasformano in depressioni.
Io non sento che la vita sia finita o che ormai è andata così. Anzi. Penso che la vita è maledettamente lunga ed in questo momento ho la possibilità di dimostrarmi di non essere idiota.
Nelle ultime settimane sto sbattendo la faccia contro l’indifferenza ed il distacco di una persona a cui tengo.
È difficile rapportarsi con un muro di silenzio.
Rifletto.
Analizzo.
A volte gli scrivo e poi cancello. A volte registro un audio e poi lo butto.
#.hack from meow10000

E comunque questa è l’unica cosa che vorrei scrivere, anche quando non lo faccio.

Cerco di tenere solo ciò che è essenziale. Se mi sento troppo su di giri o troppo abbattuta, evito ogni contatto.
Gli altri non sono la discarica in cui posso gettare le mie insicurezze.
Gli altri esistono.
Però esisto anche io.
Non so come si coniughino le cose, ma ci sarà pur un modo.
Di solito il modo è confrontarsi, spiegarsi e conoscersi.
Di solito.
Come se esistesse un di solito, nelle relazioni.
Spazio dal silenzio, allo scazzo, all’interesse, alla rassegnazione.
Spazio, ma poi sbatto la testa sempre sugli stessi spigoli.
Bah, ho riempito la pagina di parole ma non ho scritto niente, parliamo di riso, uova e piselli.
#adam driver from Adam Driver Daily

Scrivere, scrivere, scrivere e non dire un cazzo.

Ultima variazione su tema, perché esiste già la versione col wok e quella con il cous cous.
Ora riso bollito. Poi basta, eh, è l’ultima volta che ne parliamo.
Go, go, go! 

#marveledit from gorgeous, yet functional

In cucina.

Per preparare del riso con uova e piselli, per due persone, hai bisogno di:
  • 200 grammi di riso. Quello che vuoi;
  • 350 grammi di piselli. Se compri quelli freschi, acquistane il doppio;
  • una cipolla bianca;
  • 2 uova;
  • 30 grammi di parmigiano;
  • sale, pepe;
  • qualche foglia di menta;
  • 25 grammi di burro.

Se hai comprato i piselli freschi, ti tocca sbaccellare.
Se hai preso quelli surgelati, il modo più veloce per prepararli è il microonde. Metti i piselli in un contenitore, aggiungi un dito d’acqua, chiudi col coperchio e vai nel microonde per i minuti indicati sulla confezione, aprendo ogni tanto per mescolare i piselli.

Metti anche l’acqua del riso a bollire.

Trita la cipolla.
In padella metti 25 grammi di burro e la cipolla. Fai andare a fiamma bassa finché la cipolla sarà ammorbidita.
Attenta a non bruciare il burro e mescola spesso.
Appena l’acqua del riso è pronta, fallo lessare che non ci vuole niente a preparare il condimento.
Appena la cipolla è pronta puoi aggiungere i piselli.
Sono già pronti, quindi dobbiamo solo farli insaporire. Aggiungi sale e pepe.
Dopo qualche minuto puoi cacciare dentro pure le uova.
Alza leggermente la fiamma e comincia a strapazzare le uova col cucchiaio. Dovranno cuocersi bene e ci vorranno pochi minuti.
A questo punto spegni ed aspetta il riso.
Mescolalo al condimento (a fiamma spenta o accesa, non fa differenza) e prepara i piatti.

Cospargi con parmigiano ed ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

Riso nero gusto pizza

Uooooooo yeye. Uooooooo yeye.
Uooooooo yeye. Uooooooo yeye.
Uooooooo yeye. Uooooooo yeye.
Sì: sto ascoltando Gabbani.

Questo tipo qui.

Ad un certo punto, un anno fa, YouTube ha deciso che dovevo piantarla di rompergli il cazzo chiedendogli a nastro Guccini e – quando proprio mi sentivo supergiovane – Jovanotti con album che manco lui si ricordava di avere registrato.
Così mentre soccombevo in una serie di trazioni ammazza supereroi, mi propone ‘sto tizio che balla come manco Mario Venuti ai tempi leggendari di Veramente. Ed è subito amore.

Chi si ricorda di Mario Venuti?

Un po’ perché  mette allegria, un po’ perché fa musica che pare Giorgio Vanni però serio, un po’ perché i balletti scemi a me han sempre fatto ridere, ormai è diventato il mio cantante preferito.
Mi dispiace, Gaber.
Scusa, Graziani.
Non odiarmi, Lolli.
Non me ne vogliate, cantautori tanto impegnati e seriosi.
Ma al momento più che riflettere sul Pinelli e su chi siede dalla parte del torto, più che massacrarmi con poesia della nostalgia del non vissuto – poesie che quando Guccini scriveva era più giovane di me, cristodio, ogni volta che me ne ricordo mi rendo conto che in fin dei conti io non sono così tanto segaiola… al momento, dicevo, io, ora, in questo periodo storico qui, voglio solo ripetermi robe (quasi) senza senso.
Facendo l’alga e muovendo la testa a ritmo.
Sìsì.

Mi devo comprare un vestito da scimmia. E scrivere frasi più brevi, anche che mi incarto con gli incisi.

 
Tenetevi i Talking Heads, Telemann, De André. Tenetevi persino i Radiohead e i Beatles. Perché qui noi abbiamo Dante, abbiamo tante fave ma non c’è formaggio, uoooooooo yeye, uooooooooo yeye.
Che poi i testi di Gabbani mica son stupidi. Sono semplici e diretti ed orecchiabili, ma stupidi MAI. Non è più tempo (se mai lo è stato) di fingere di essere intelligenti dandosi un tono. Lo sai che per me tutto è sullo stesso piano: Dante e la Farinata, Einstein e Dragon Age, Tolkien ed il film con Alberto Tomba che ora non ricordo come si chiama ma tu hai google e quindi usalo.
L’ultimo album, Viceversa, è una figata assurda. Non ascoltavo un disco a ripetizione da millenni e sì, soprassediamo (che è meglio) sul fatto che l’ultimo che ho consumato è stato Unknown Pleasures dei JoyDivision e tra me e quell’Alice lì mi sa che c’è un oceano. Pure due o trecento oceani.
Grazie a Dio, aggiungerei.

Un saluto esultante perché non avere più a che fare con quell’Alice là è un po’ una liberazione

Lavavo i piatti ed ascoltavo i Joy Division.
Cucinavo ed ascoltavo i Joy Division.
Più mi deprimevo e più mi sentivo bene.
Poverina.

Che poi sono lontana dalla leggerezza che vorrei raggiungere, eh. Un po’ di deformazione regna ancora in me, un po’ di quella convinzione che solo nei pensieri profondi (e tristi) si sia un essere umano completo, pensante, interessante. Non ho ben capito il motivo per cui la profondità non possa essere associata alla leggerezza, ai pensieri felici. Eppure è più difficile essere contenti che essere depressi. Ci vuole più forza, più testa, più equilibrio.
E mentre ascolto 2019 per la trecentesima volta da questa mattina penso a quanto sia efficace la dicotomia sublime/verme, spirito/carne. Diciamocelo: necessitiamo davvero di grosse e grasse parole per descrivere la nostra eterna lotta nell’esistenza?
Per me ANCHE NO.
Già è così schiacciante esistere, a volte, che sia leggero almeno il nostro pensiero.

Detto questo Riso nero gusto pizza.

#evangelion from Did you miss me ?

In cucina.

Metto insieme due robe che non sono cibo ma che a me piacciono un sacco anche se non dovrebbero: fiocchi di latte e concentrato di pomodoro. 
Riso nero perché almeno si mastica un po’.

Per preparare del riso gusto pizza, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso nero integrale;
  • concentrato di pomodoro. Circa 50 grammi, ma poi va a gusti;
  • origano;
  • 2 confezioni di jocca, che si aggirano intorno ai 350 grammi.

Puoi mettere pure a lessare il riso, perché il condimento ci mette 4 secondi.

In una ciotola caccia i fiocchi di latte.

Spremi il concentrato di pomodoro.

Butta dentro anche l’origano e mescola tutto.

Assaggia, esclama Oh, ma sa di pizza! E poi aspetta il riso.
Aggiungilo in ciotola e mescola.

Prepara le porzioni ed ecco cosa dovresti avere davanti a te.

Ciao e buon appetito!

Risotto con cipolle e gorgonzola

Anni che condivido il nulla.

Nonono, qualcuno lo fermi, non sto parlando di quel NULLA.

Su Facebook, sui mille blog aperti ed abbandonati, su Instagram e poi boh, ovunque, tipo.
Senza aspettarmi nulla, sia chiaro. Non ho mai condiviso perché CERCAVO, condividevo e condivido perché è la natura delle cose. Ho smesso di domandarmi i motivi e le ragioni di ciò che faccio da tanti anni, almeno un decennio ormai. Non per pigrizia, non per ignavia, ma perché la risposta non mi interessa.

Morla è il mio Animale Guida

Tanto non cambia il senso di inutilità che vedo in ogni cosa, da troppo tempo.
Fino a dieci anni fa non era così. Credevo solo di essere stata sfortunata, che da qualche parte ci sarebbe stato qualcosa in più, prima o poi, era solo questione di TROVARLO.
E uno degli errori più grossi che ho fatto (ripetutamente, con estrema convinzione ed ostinazione ) è stato cercare questo qualcosa in qualcuno. Perché se io non so cosa fare di me eppure sono dotata di un cervello che funziona bene (pure troppo) che si interroga su ogni movimento, chi vive di impulsi casuali (cioè la maggioranza) cosa avrebbe potuto mai darmi?

Arrogante? Certo che sì, da sempre.
La gente fa quello che fa senza neppure domandarsi le ragioni. Vive male ma non se ne accorge. Imbruttisce a 8-10 anni e pian piano marcisce o, nei migliori casi, avvizzisce. Tutti? No, ma fin troppi.
#dead space from 5%

E noi superstiti dobbiamo fare slalom tra i mostri, difendendoci come possiamo.

Nella vita reale sono sempre stata per i fatti miei, pure durante i lunghi periodi di bagni di folla. Sono capacissima di socializzare, non sono timida, non me ne è mai fregato nulla delle apparenze. Ma mi stanco anche facilmente. La gente mi annoia, la poca intelligenza mi fa incazzare, la scarsa qualità intellettuale mi rompe i coglioni.
Un tempo dividevo le persone tra colte ed incolte, sceme ed intelligenti, interessanti e non. Ora non trovo più differenza.
Tumblr: Image

Eppure guardo film svedesi sottotitolati in ungherese. Sono una persona con un certo spessore.

Li guardo e mi guardo e non c’è NULLA, nessuna sostanza. C’è chi occupa il proprio tempo con giochini di cui si convince (per alcuni c’è il lavoro, altri la famiglia, altri i viaggi, altri i videogiochi) e tutto diventa VITA quando a malapena si riesce a respirare.
Io mi sento oppressa dal poco tempo. E pure dal troppo tempo. Non mi sento oppressa dalla mancanza di scopo, perché della mancanza di scopo ho fatto ragion di VITA (sì, pure io).
I giorni sono un po’ tutti uguali e così li ho desiderati io. So che qualsiasi cambiamento sarebbe per il peggio: andare a lavorare in un posto di merda, frequentare gente che mi sta sui maroni, socializzare perché si deve e non perché si vuole. Sono venuta a vivere in campagna proprio per ritirarmi dalla vita, ma questa vita è LUNGA. Ed è inevitabile che la curiosità mi porti qui e là, pure se la curiosità è davvero un po’ SPENTA, ormai.
#goodomensedit from you can't trick me anymore

Sì, ho capito, ho rotto il cazzo, ma giuro che non sto cercando di deprimerti.

Non ho amici né conoscenti e sento un forte odio da sempre. Odio che ho imparato a lasciare da parte, che tanto non ha utilità. Ma non vedo niente di positivo, intorno.
O, meglio, non è vero. Vedo del positivo nel silenzio, nel camminare in mezzo al verde, nel fiume che diventa mare, nel gabbiano che viene a rubare il cibo del gatto la mattina. Queste cose mi piacciono, non sono depressa, non c’è niente che mi faccia sentire depressa. Però è rimasto solo questo.
Un tempo mi piacevano le persone per il motivo sbagliato. Perché avevamo qualcosa in comune o perché palesavano qualche interesse nei miei confronti. So che era sbagliato, perché a posteriori so che tutto quello che c’era era stato creato dalla mia testa. Non c’era niente, ma i neuroni lavoravano, impalcavano, cementavano. Come IO ho perso interesse, è crollato giù tutto. Ed ho perso interesse, spesso, perché creavo castelli sui cigli di burroni e non funziona, non può funzionare.
#doctor who from Doctor Who Gifs

Non tutta l’architettura è in stile TimeLord. Purtroppo noi terrestri sottostiamo alle leggi della fisica.

Ora che di anni ne ho quasi 40 anni mi sento più idiota di quando ne avevo 16. Più superficiale, senz’altro e mi rendo conto di non avere NULLA da dire. Forse tanto da dare (? ma che cazzo devo dare? mi domando) ma nulla da DIRE. Quello stesso vuoto che percepisco quando guardo l’esistenza è il vuoto che echeggia dentro me. Mi sento come mio nonno, che pronunciava 4 parole in croce e per il resto stava lì, in compagnia. E mi sembrava pure che stesse bene. Ma non bene come quando prendeva le sue chiavi ed andava nell’orto sulla collina e stava lì per ORE. L’ho accompagnato un paio di volte, era molto più nonno, mio nonno. Là, sulla collina.
E mi sento così. Non mi aspetto niente dal futuro, vedo l’esistenza come una roba che prima o poi finirà (aggiungerei per fortuna, ma non lo urlerei, eh, che di morir domani non ho intenzione)  e non ho nulla da dire. Solo cazzate.
#filmedit from 🎬 filmgifs 🎞

Potrei tenere un simposio su Van Damme, ecco, quello sì.

Qualsiasi cosa che non è una cazzata (a tratti pure queste righe e certi vocaboli scelti per non sembrare un Puffo che puffa il puffabile) mi sembra solo un modo per atteggiarsi, una posa. Gaber cantava di volere un gesto naturale per essere sicuro dell’appartenenza a se stesso, constatava quanto ogni gesto non fosse vero, quanto il suo Io non ci fosse realmente nel suo cercare disperatamente un’espressione, una parola, un atteggiamento con cui affermarsi nel mondo.
Io questo l’ho raggiunto. Fotte sega dello scatenare un’impressione, su questo sono in pace.

Sì, mi sento abbastanza potente da quel punto di vista.

Tuttavia mi rendo conto che è così poco, per apparire interessante.
Poi mi rispondo che non devo apparire interessante. Non c’è alcuna motivazione. Sono quel che sono. Non sono DI PIU’ se faccio un viaggio in India, se parlo di Herzog, di cinema finlandese, se discuto in latino. Non siamo NIENTE di tutto questo e cosa siamo non lo so, ma non siamo QUESTO.
Mi trovo però ad ammettere di essere in difficoltà nel momento in cui mi trovo a parlare con una persona nuova. Perché non l’avevo messa in conto, una persona nuova. Ed ora che si fa? Ed ora che si dice? Distanti, poi. Difficile creare una relazione, se non si hanno più argomenti. Se non si è più niente.
#bbelcher from sign my tits, tom james!

Gif a caso per ostentare grande saggezza

Mi alzo alle cinque, bevo il caffè, mi alleno, faccio la spesa, cucino, giro video, scrivo (molto, scrivo  molto, di cosa non si sa, ma scrivo), guardo film, passeggio, parlo coi gatti e con gli animali in genere (insulto i calabroni, spesso), mangio un gelato, mi rompo i coglioni, vado a dormire. Finito. Questo è. Un po’ poco per avere una conversazione.
E può essere una conversazione raccontarsi i momenti del giorno? Fare una foto alla tazza del caffè, mandarla, come se fosse davvero un argomento?
Non lo so.
Non so più niente.Forse basta poter essere e permettere di essere.
Forse.

#bee.txt from less worry more furry

Confessando l’incofessabile senza che appaia mai come una ricerca di confessione e redenzione.

Comunque ricetta che arriva direttamente dal mio Sensei Luca Pappagallo: risotto con cipolle e gorgonzola.
Ottimo, ma diciamolo: forse solo con le cipolle sarebbe stato addirittura MONDIALE. Verrà il tempo di provare, oggi  no.

Sto finalmente sperimentando il risotto nella pentola Agnelli e mi sto trovando bene: sto ottenendo dei risotti cremosi ma non scotti e quindi colpevolizzo le pentole di merda per tutti quei risotti riusciti per tre quarti.
Siate maledette, pentole di merda.
Ah, avviso: ci sono certi momenti in cui le foto fanno talmente tanto cagare al cazzo che va beh. 
Come sempre siamo nati per fare schifo e moriremo facendo schifo, lasciamo ai foodblogger stellati le foto instagrammabili, noi invece andiamo a mangiare.
Go, go, go!

In cucina e mi raccomando, bagna la lama del coltello che dobbiamo tagliar le cipolle. Serve ad un cazzo, piangerai lo stesso, ma sull’Internet dicono che si fa così.

 

Per preparare un risotto con cipolle e gorgonzola, per due persone, hai bisogno di:
  • 200 grammi di riso carnaroli;
  • 20 grammi di burro;
  • 400 grammi di cipolle rosse. Peso calcolato dopo la pulizia (io ne comprerei il doppio, non si sa mai);
  • 150 grammi di vino bianco;
  • 100 grammi di gorgonzola. Ho usato quello piccante, ma io abito in Teronlandia e qui il gorgonzola sa di mascarpone. Se metti le mani su un gorgonzola vero, temo che le dosi dovrai gestirtele da solo;
  • un litro e mezzo di brodo vegetale. Se proprio devi usare il dado, 2 dadi su un litro e mezzo. 

Partiamo dal brodo.

Lo ripeto per la trecentomillesima volta: non usare il dado. Fallo per me. Non ci vuole un cazzo a preparare un brodo vegetale e soprattutto puoi farlo con qualsiasi cosa tu abbia in casa. Sì, si usa la santa trinità Sedano-Carota-Cipolla ma io ormai mi sono convertita all’usare TUTTO (ma proprio TUTTO) per prepararne uno.
Prendi la verdura che hai in frigo, la metti un litro e mezzo di acqua (salata con sale grosso, come se facessi la pasta), porti a ebollizione. Quando bolle chiudi col coperchio, abbassi la fiamma al minimo e fai sobbollire per 40 minuti. Ed è strabuono.

Mentre prepari il brodo, occupiamoci anche delle cipolle.
Devi pelarle e tagliarle in maniera grossolana.

Poi padella: 20 grammi di burro, cipolle.

Fiamma bassa, fai stufare per circa 40 minuti. Ma anche un’ora.

E qui c’è un po’ la foto triste, perché ho fatto la foto alle cipolle non in padella, ma dopo che le ho lasciate riposare per tutto il pomeriggio (perché ho cucinato la mattina per la sera).
Le cipolle saranno rosa trasparenti e belle appassite. Invece io te le presento blu merda:

Va beh, il più è fatto.
Prendi la tua padella-pentola da risotto. Fai tostare il riso a secco: fiamma bassa, gira spesso, un paio di minuti.

Dopodiché sfuma col vino.

Alza leggermente la fiamma, fai evaporare la parte alcolica.
Poi ricopri col brodo vegetale (che deve sempre essere in ebollizione).

Fai andare per circa 5 minuti, ossia fino a quando il riso si ingrossa leggermente.
A quel punto unisci le cipolle blumerda.

Si parte col risotto vero e proprio.
Versa il brodo mano a mano che evapora, ogni tanto mescola.
Assaggia per sapere se è pronto: i tempi della confezione sono sempre aleatori, l’unica cosa che ti può aiutare è la tua bocca. 
Tecnicamente, il riso alla fine deve essere al dente ma cremoso, già prima della mantecatura finale.
Ma la cosa più sorprendente è che la cipolla blumerda, grazie al calore, è tornata ad essere rosa:

A fiamma spenta aggiungi il gorgonzola.

Mescola bene.
E verrà fuori una roba molto più bella di quella che ti sto per fare vedere (e la foto è così brutta perché la macchina fotografica è stata inventata dalla Madonna Vergine e lei, si sa, ci tiene a farsi bestemmiare dietro).

E niente, direi che puoi impiattare e mangiare.

Ciao e buon appetito!