Fusilloni con ricotta e ‘nduja

Le cose in comune sono sopravvalutate. Anzi, azzarderò un salto in lungo da campione olimpionico: le cose in comune valgono una ceppa.
#steve rogers from Marvel Gifs

Nono, parlo sul serio.

Sì, lo so, l’ho scritto pochi giorni fa: grazie all’internet ci si raggela meno il cuore. La solitudine può venire mitigata e si può trovare non una, bensì una moltitudine di persone disposte a parlare del tuo libro preferito, della tua collezione di minerali, dei viaggi del tempo, di.
L’alienazione spesso ci (vi) ha fatto credere che trovare qualcuno con tante cose in comune fosse la chiave. Eppure no. Eppure quelle robe lì ci dicono meno di quel che si crede.
Videogiochi, film, viaggi, bricolage, sport sono passatempi con cui dovremmo dilettare il nostro Io, ma che non rappresentano un ponte verso l’altro. O, almeno, non necessariamente.
Non so cosa crei affinità tra due individui, ma senz’altro non il fatto che io e PincoPallo siamo follemente innamorati di Duncan di Dragon Age Origins. 
Duncan | Wiki | Bioware Amino Amino

Quest’uomo qui. EROE.

Tutti che parlano, che scrivono, che COMUNICANO. Sorvoliamo sul fatto – di fatto – che non abbiamo nulla da dire ma apriamo bocca lo stesso. Siamo fatti così, sopportiamoci o ammazziamoci.
Qua il  vero problema è che quello che diciamo, lo diciamo pure male.
Son convinta da decenni del fatto che il capirsi sia un’utopia e negli ultimi tempi questa sensazione astratta – supportata comunque da dati che ho raccolto sul campo in tutti questi 38 anni d’esistenza – è diventata una certezza granitica.
Partiamo dai soliti discorsi generici: se nello scegliere le parole e nell’ascoltare quelle scelte dagli altri risiede il fulcro del nostro dialogare, anche i toni con cui queste parole vengono pronunciate sono importanti.
Più saremo rispettosi e specifici nelle nostre dichiarazioni – che siano domande, risposte o semplici pensieri cazzeggiatori – e più colmeremo il mondo reale ed il web di bei pensieri, di bei momenti e via dicendo.
#thundercats from Yoink

Cercando sempre di fare slalom tra troll, stronzi e rompicoglioni.

Sìsìsì. Blablablabla. Tutto bello. Tutto dannatamente puffettoso.
Però, secondo me, nessuno capisce un cazzo di niente pure quando ci prova.

Prendiamo ad esempio i miei post preudo-depressivi: quando qualcuno decide di sorbirsi le mie paranoie mentali, subito coglie ben più di una sfumatura di tristezza. Cerca di consolarmi, di farmi sentire meno sola. Ed è una cosa bella, bellissima, grazie, grazie a tutti e saluto mia mamma e tutti quelli che mi conoscono, eh. Però io non sono depressa sé mi sento sola.  Mi rileggo, allungo il muso e mi dico Ma io non vedo tutta questa depressione, qui sopra. Per me sono solo riflessiva, non triste, ma è chiaro che il mio modo di esprimermi rivela tutta una natura mogia che in effetti non esiste. Esiste il male di vivere, certo. Tuttavia è un male di vivere part-time.

Questo è solo un esempio. Quante volte interpretiamo male un gesto? E se il gesto non c’è, quanto è facile travisare il suono della voce? E quando  manca pure quello, non siamo (siete) lì a trasalire leggendo, facendoci le seghe mentali anche solo per la punteggiatura?

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Esiste solo la nostra testa, fuori non v’è certezza.

Ciao. Con il punto. Io lo leggo come una cosa affettiva, vicina. Come un saluto speciale, come se solo nel saluto ci fosse tutto un universo di non detti che non devono essere detti.
Per te invece quel punto lì dopo il ciao indica una chiusura. Che sia di stizza o d’ira, pur sempre chiusura.
Per altri è solo un punto. Perché alla fine ci va, nella lingua scritta si usa.
Tre considerazioni casuali, dettate da esperienza ed elucubrazioni più o meno sensate.
E stiamo parlando di un cazzo di punto.
Mentre mi faccio il caffè in questo pomeriggio di noia in cui nulla funziona e tutti mi trattano male, penso ai dialoghi che sto avendo con L. e di quanto mi ritrovi del tutto spiazzata a volte per un suo cambio di tono. O di quanto lui non capisca un cazzo di quello che dico almeno per un terzo delle volte.
Ci si aggiusta il tiro, eh. Io ripeto le robe mille volte ed è difficile che perda la pazienza se non vengo capita o non capisco. Chiedo, richiedo, chiedo ancora. Prima o poi capisco.
Spiego, rispiego, spiego di nuovo. Prima o poi trovo la frase giusta.
L. è molto meno paziente, tende ad essere più tranciante.
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E spesso non mi spiega un cazzo. O capisco o cazzi miei.

Ma analisi a parte, quello che è interessante è che la scelta delle sue parole a me provoca reazioni discutibili, come se scegliesse tutte quelle che per me hanno un’accezione negativa. Sono solo parole, però. Non hanno messaggi reconditi. Se non nel mio cervello.

Viceversa, tutte le mie parole sono insufficienti, pure se sono verbosa. Il mio messaggio non arriva o fatica ad arrivare e le mie parole si perdono nella traduzione.

Da qui mi sono resa conto della limitatezza del linguaggio. Se i miei discorsi sull’incomunicabilità erano dedicati a tutti quei soggetti troppo impegnati a coltivare il proprio ego per accorgersi dell’esistenza dell’altro oppure si riferivano a quei rapporti umani in cui ci si butta solo secchiate di merda addosso, in un’eterna attesa del proprio turno per parlare (quando ci sono i turni, a volte manco quelli), mi è spiazzante vedere che questo vuoto di comprensione c’è anche tra due persone che hanno l’intento di fondo di imparare a conoscersi.
Quell’intento di fondo non è sufficiente. Riflettevo su quanto è facile perdere la pazienza, essere drastici, tagliare possibilità. Quando invece sarebbe più utile soffermarsi sui propri modi, smussarli, a volte tagliarli con l’accetta e trovare una nuova strada.

invece di essere sempre precipitosi.

Ecco, in questo momento sto esplorando sentieri intimi differenti. Abituata ad essere considerata tanto profonda quanto dettagliata, mi ritrovo ad avere a che fare con una persona che detesta le seghe mentali, che trova una rottura di coglioni 5 parole di seguito quando se ne potrebbero dire 3 e che detesta ogni costrutto narrativo. Tipo che se leggesse questa roba mi infilerebbe una scopa nel culo o mi lancerebbe una scarpa in faccia per farmi smettere di scrivere boiate.
Però io lo trovo un esperimento di crescita interessante, per me. Che non implica il fingere di essere una persona che non sono, ma di trovare un modo nuovo. Smettere di dare per scontato che sasso significhi sasso. Perché a quanto pare non è così. Ho sempre pensato lo fosse e invece no.
È come scrisse il sommo poeta:
Einstein che mi dice “tutto è relativo”
Il tuo punto fermo non ne ha alcun motivo
Einstein che mi dice “cazzo fai, Francesco”
Provo, provo, provo e prima o poi ci riesco

Il poeta è questo qui.

E per una fissata con le parole, come sono io, è piuttosto figo dover imparare un linguaggio nuovo.
Senza nemmeno l’aiuto di quei corsi audio da due mesi, come quello che ho usato per apprendere l’inglese.
Interessante.
Quanto questa roba che ho rubato a Luca Pappagallo (un nome mai sentito, da queste parti, eh?). Una bella pasta con ‘nduja e ricotta.
E mena, eh, non è una pasta per signorine. Sei avvisato.
Go, go, go!

Tutti in cucina.

Per preparare dei fusilloni con ricotta e ‘nduja, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di fusilli o altra pasta che ti pare;
  • 100 grammi di ‘nduja;
  • 200 grammi di ricotta;
  • 40 grammi di parmigiano grattugiato;
  • 10 grammi d’olio;
  • una cipolla bianca;
  • uno scalogno.

Metti l’acqua della pasta a bollire che si fa presto.

Trita cipolla e scalogno.
Grattugia a polvere il parmigiano.

In padella versa l’olio e fai stufare a fiamma bassa cipolla e scalogno.

Gira ogni tanto, non te ne dimenticare. 

Quando tutto sarà morbidoso puoi aggiungere la ‘nduja.

Mentre si scioglie a fiamma bassa, metti la ricotta in una ciotola.

La ‘nduja avrà questo aspetto, intanto e quindi puoi calare la pasta perché ormai ci siamo:        

Ora la prendi e la riversi nella ciotola con la ricotta ed aggiungi anche il parmigiano:

Mescola bene e metti il malloppone di nuovo in padella.

Ora: fiamma bassa, bagna questa roba con l’acqua calda. Non tanta, dobbiamo però renderla fluida. Come sempre: mezza mestolata alla volta è preferibile dal creare una minestra immonda che poi non si torna indietro.

Devi ottenere una roba del genere:

Ora spegni, in attesa della pasta che devi tirare fuori un minuto prima del tempo indicato sulla confezione e senza buttare la sua acqua (una cosa nuova, non la facciamo mai).

Caccia la pasta in padella, fai andare a fiamma super bassa, aggiungi acqua di cottura se la crema è poco fluida.

Alla fine in padella ci sarà questa roba qui, non molto diversa all’immagine precedente, ma te la metto uguale:

Prepara le porzioni e davanti a te ci sarà una roba del genere:

Pure la forchettata, per una volta che una foto viene decente:

Ciao e buon appetito!

Risotto con cipolle e gorgonzola

Anni che condivido il nulla.

Nonono, qualcuno lo fermi, non sto parlando di quel NULLA.

Su Facebook, sui mille blog aperti ed abbandonati, su Instagram e poi boh, ovunque, tipo.
Senza aspettarmi nulla, sia chiaro. Non ho mai condiviso perché CERCAVO, condividevo e condivido perché è la natura delle cose. Ho smesso di domandarmi i motivi e le ragioni di ciò che faccio da tanti anni, almeno un decennio ormai. Non per pigrizia, non per ignavia, ma perché la risposta non mi interessa.

Morla è il mio Animale Guida

Tanto non cambia il senso di inutilità che vedo in ogni cosa, da troppo tempo.
Fino a dieci anni fa non era così. Credevo solo di essere stata sfortunata, che da qualche parte ci sarebbe stato qualcosa in più, prima o poi, era solo questione di TROVARLO.
E uno degli errori più grossi che ho fatto (ripetutamente, con estrema convinzione ed ostinazione ) è stato cercare questo qualcosa in qualcuno. Perché se io non so cosa fare di me eppure sono dotata di un cervello che funziona bene (pure troppo) che si interroga su ogni movimento, chi vive di impulsi casuali (cioè la maggioranza) cosa avrebbe potuto mai darmi?

Arrogante? Certo che sì, da sempre.
La gente fa quello che fa senza neppure domandarsi le ragioni. Vive male ma non se ne accorge. Imbruttisce a 8-10 anni e pian piano marcisce o, nei migliori casi, avvizzisce. Tutti? No, ma fin troppi.
#dead space from 5%

E noi superstiti dobbiamo fare slalom tra i mostri, difendendoci come possiamo.

Nella vita reale sono sempre stata per i fatti miei, pure durante i lunghi periodi di bagni di folla. Sono capacissima di socializzare, non sono timida, non me ne è mai fregato nulla delle apparenze. Ma mi stanco anche facilmente. La gente mi annoia, la poca intelligenza mi fa incazzare, la scarsa qualità intellettuale mi rompe i coglioni.
Un tempo dividevo le persone tra colte ed incolte, sceme ed intelligenti, interessanti e non. Ora non trovo più differenza.
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Eppure guardo film svedesi sottotitolati in ungherese. Sono una persona con un certo spessore.

Li guardo e mi guardo e non c’è NULLA, nessuna sostanza. C’è chi occupa il proprio tempo con giochini di cui si convince (per alcuni c’è il lavoro, altri la famiglia, altri i viaggi, altri i videogiochi) e tutto diventa VITA quando a malapena si riesce a respirare.
Io mi sento oppressa dal poco tempo. E pure dal troppo tempo. Non mi sento oppressa dalla mancanza di scopo, perché della mancanza di scopo ho fatto ragion di VITA (sì, pure io).
I giorni sono un po’ tutti uguali e così li ho desiderati io. So che qualsiasi cambiamento sarebbe per il peggio: andare a lavorare in un posto di merda, frequentare gente che mi sta sui maroni, socializzare perché si deve e non perché si vuole. Sono venuta a vivere in campagna proprio per ritirarmi dalla vita, ma questa vita è LUNGA. Ed è inevitabile che la curiosità mi porti qui e là, pure se la curiosità è davvero un po’ SPENTA, ormai.
#goodomensedit from you can't trick me anymore

Sì, ho capito, ho rotto il cazzo, ma giuro che non sto cercando di deprimerti.

Non ho amici né conoscenti e sento un forte odio da sempre. Odio che ho imparato a lasciare da parte, che tanto non ha utilità. Ma non vedo niente di positivo, intorno.
O, meglio, non è vero. Vedo del positivo nel silenzio, nel camminare in mezzo al verde, nel fiume che diventa mare, nel gabbiano che viene a rubare il cibo del gatto la mattina. Queste cose mi piacciono, non sono depressa, non c’è niente che mi faccia sentire depressa. Però è rimasto solo questo.
Un tempo mi piacevano le persone per il motivo sbagliato. Perché avevamo qualcosa in comune o perché palesavano qualche interesse nei miei confronti. So che era sbagliato, perché a posteriori so che tutto quello che c’era era stato creato dalla mia testa. Non c’era niente, ma i neuroni lavoravano, impalcavano, cementavano. Come IO ho perso interesse, è crollato giù tutto. Ed ho perso interesse, spesso, perché creavo castelli sui cigli di burroni e non funziona, non può funzionare.
#doctor who from Doctor Who Gifs

Non tutta l’architettura è in stile TimeLord. Purtroppo noi terrestri sottostiamo alle leggi della fisica.

Ora che di anni ne ho quasi 40 anni mi sento più idiota di quando ne avevo 16. Più superficiale, senz’altro e mi rendo conto di non avere NULLA da dire. Forse tanto da dare (? ma che cazzo devo dare? mi domando) ma nulla da DIRE. Quello stesso vuoto che percepisco quando guardo l’esistenza è il vuoto che echeggia dentro me. Mi sento come mio nonno, che pronunciava 4 parole in croce e per il resto stava lì, in compagnia. E mi sembrava pure che stesse bene. Ma non bene come quando prendeva le sue chiavi ed andava nell’orto sulla collina e stava lì per ORE. L’ho accompagnato un paio di volte, era molto più nonno, mio nonno. Là, sulla collina.
E mi sento così. Non mi aspetto niente dal futuro, vedo l’esistenza come una roba che prima o poi finirà (aggiungerei per fortuna, ma non lo urlerei, eh, che di morir domani non ho intenzione)  e non ho nulla da dire. Solo cazzate.
#filmedit from 🎬 filmgifs 🎞

Potrei tenere un simposio su Van Damme, ecco, quello sì.

Qualsiasi cosa che non è una cazzata (a tratti pure queste righe e certi vocaboli scelti per non sembrare un Puffo che puffa il puffabile) mi sembra solo un modo per atteggiarsi, una posa. Gaber cantava di volere un gesto naturale per essere sicuro dell’appartenenza a se stesso, constatava quanto ogni gesto non fosse vero, quanto il suo Io non ci fosse realmente nel suo cercare disperatamente un’espressione, una parola, un atteggiamento con cui affermarsi nel mondo.
Io questo l’ho raggiunto. Fotte sega dello scatenare un’impressione, su questo sono in pace.

Sì, mi sento abbastanza potente da quel punto di vista.

Tuttavia mi rendo conto che è così poco, per apparire interessante.
Poi mi rispondo che non devo apparire interessante. Non c’è alcuna motivazione. Sono quel che sono. Non sono DI PIU’ se faccio un viaggio in India, se parlo di Herzog, di cinema finlandese, se discuto in latino. Non siamo NIENTE di tutto questo e cosa siamo non lo so, ma non siamo QUESTO.
Mi trovo però ad ammettere di essere in difficoltà nel momento in cui mi trovo a parlare con una persona nuova. Perché non l’avevo messa in conto, una persona nuova. Ed ora che si fa? Ed ora che si dice? Distanti, poi. Difficile creare una relazione, se non si hanno più argomenti. Se non si è più niente.
#bbelcher from sign my tits, tom james!

Gif a caso per ostentare grande saggezza

Mi alzo alle cinque, bevo il caffè, mi alleno, faccio la spesa, cucino, giro video, scrivo (molto, scrivo  molto, di cosa non si sa, ma scrivo), guardo film, passeggio, parlo coi gatti e con gli animali in genere (insulto i calabroni, spesso), mangio un gelato, mi rompo i coglioni, vado a dormire. Finito. Questo è. Un po’ poco per avere una conversazione.
E può essere una conversazione raccontarsi i momenti del giorno? Fare una foto alla tazza del caffè, mandarla, come se fosse davvero un argomento?
Non lo so.
Non so più niente.Forse basta poter essere e permettere di essere.
Forse.

#bee.txt from less worry more furry

Confessando l’incofessabile senza che appaia mai come una ricerca di confessione e redenzione.

Comunque ricetta che arriva direttamente dal mio Sensei Luca Pappagallo: risotto con cipolle e gorgonzola.
Ottimo, ma diciamolo: forse solo con le cipolle sarebbe stato addirittura MONDIALE. Verrà il tempo di provare, oggi  no.

Sto finalmente sperimentando il risotto nella pentola Agnelli e mi sto trovando bene: sto ottenendo dei risotti cremosi ma non scotti e quindi colpevolizzo le pentole di merda per tutti quei risotti riusciti per tre quarti.
Siate maledette, pentole di merda.
Ah, avviso: ci sono certi momenti in cui le foto fanno talmente tanto cagare al cazzo che va beh. 
Come sempre siamo nati per fare schifo e moriremo facendo schifo, lasciamo ai foodblogger stellati le foto instagrammabili, noi invece andiamo a mangiare.
Go, go, go!

In cucina e mi raccomando, bagna la lama del coltello che dobbiamo tagliar le cipolle. Serve ad un cazzo, piangerai lo stesso, ma sull’Internet dicono che si fa così.

 

Per preparare un risotto con cipolle e gorgonzola, per due persone, hai bisogno di:
  • 200 grammi di riso carnaroli;
  • 20 grammi di burro;
  • 400 grammi di cipolle rosse. Peso calcolato dopo la pulizia (io ne comprerei il doppio, non si sa mai);
  • 150 grammi di vino bianco;
  • 100 grammi di gorgonzola. Ho usato quello piccante, ma io abito in Teronlandia e qui il gorgonzola sa di mascarpone. Se metti le mani su un gorgonzola vero, temo che le dosi dovrai gestirtele da solo;
  • un litro e mezzo di brodo vegetale. Se proprio devi usare il dado, 2 dadi su un litro e mezzo. 

Partiamo dal brodo.

Lo ripeto per la trecentomillesima volta: non usare il dado. Fallo per me. Non ci vuole un cazzo a preparare un brodo vegetale e soprattutto puoi farlo con qualsiasi cosa tu abbia in casa. Sì, si usa la santa trinità Sedano-Carota-Cipolla ma io ormai mi sono convertita all’usare TUTTO (ma proprio TUTTO) per prepararne uno.
Prendi la verdura che hai in frigo, la metti un litro e mezzo di acqua (salata con sale grosso, come se facessi la pasta), porti a ebollizione. Quando bolle chiudi col coperchio, abbassi la fiamma al minimo e fai sobbollire per 40 minuti. Ed è strabuono.

Mentre prepari il brodo, occupiamoci anche delle cipolle.
Devi pelarle e tagliarle in maniera grossolana.

Poi padella: 20 grammi di burro, cipolle.

Fiamma bassa, fai stufare per circa 40 minuti. Ma anche un’ora.

E qui c’è un po’ la foto triste, perché ho fatto la foto alle cipolle non in padella, ma dopo che le ho lasciate riposare per tutto il pomeriggio (perché ho cucinato la mattina per la sera).
Le cipolle saranno rosa trasparenti e belle appassite. Invece io te le presento blu merda:

Va beh, il più è fatto.
Prendi la tua padella-pentola da risotto. Fai tostare il riso a secco: fiamma bassa, gira spesso, un paio di minuti.

Dopodiché sfuma col vino.

Alza leggermente la fiamma, fai evaporare la parte alcolica.
Poi ricopri col brodo vegetale (che deve sempre essere in ebollizione).

Fai andare per circa 5 minuti, ossia fino a quando il riso si ingrossa leggermente.
A quel punto unisci le cipolle blumerda.

Si parte col risotto vero e proprio.
Versa il brodo mano a mano che evapora, ogni tanto mescola.
Assaggia per sapere se è pronto: i tempi della confezione sono sempre aleatori, l’unica cosa che ti può aiutare è la tua bocca. 
Tecnicamente, il riso alla fine deve essere al dente ma cremoso, già prima della mantecatura finale.
Ma la cosa più sorprendente è che la cipolla blumerda, grazie al calore, è tornata ad essere rosa:

A fiamma spenta aggiungi il gorgonzola.

Mescola bene.
E verrà fuori una roba molto più bella di quella che ti sto per fare vedere (e la foto è così brutta perché la macchina fotografica è stata inventata dalla Madonna Vergine e lei, si sa, ci tiene a farsi bestemmiare dietro).

E niente, direi che puoi impiattare e mangiare.

Ciao e buon appetito!

Cannolicchi con ragù bianco (+ il divismo ai tempi di TikTok)

Un pensiero mi sta facendo compagnia da qualche giorno.
Uno di quei pensieri felici, di quelli che ti rasserenano, calmano, galvanizzano.
Sei al supermercato, la gente mette di merda le mascherine e ti alita addosso, ti spinge, viola il distanziamento tanto gridato dai balconi.
Ma tu lì, tranquillo, perché quel pensiero ti fa compagnia.

Assolutamente sì, nulla può scalfirmi.

Invece di – come direbbe il saggio – mettermi nelle condizioni di capire peggio il mondo,  invece di lasciarmi andare a comportamenti più istintivi che razionali, io vengo protetta da quel pensiero. È la mia armatura, la mia corazza, la mia speranza.
Poiché sì, ne sono certa: Marco Montemagno ha senz’altro visto almeno un mio TutorialBrutto su tiktok.

Nei momenti di tedio e di noia, tra una startup che parte ed una che crolla, tra un 4chiacchiere col salumiere archeologo e quella con il tennista con la passione per le lumache, Marco Montemagno ha acceso TikTok. Marco Montemagno ha persino STUDIATO TikTok. Ed io SO che la mia faccia da culo è comparsa.

Sono sicura, perché Tiktok è fatto così: ripropone le stesse facce a rotazione ed ho la fortuna di essere tra quelli che circolano di brutto, là sopra.
Quindi SO. Non c’ho le prove, ma SO.
Montemagno mi conosce.
Montemagno ogni tanto mi vede.
Magari Montemagno mi odia pure, ma va beh, cerchiamo di non essere sempre negativi.

Magari reagisce così ogni volta che finisco nei suoi Per te.

Già che ci sono, parliamo del divismo spicciolo che tanto mi fa girare il cazzo da mesi a questa parte. Non che l’abbia inventato Tiktok, il divismo, sia chiaro. Non avevo forse camera mia tappezzata di poster ed erano gli anni novanta? Ma TAPPEZZATA, eh: arrivavano fino al soffitto.
Fiorello, Jovanotti, Kirk Cameron, Leonardo DiCaprio.
Ma pure Magalli, Chiambretti, Andreotti.

Ero una ragazzina poliedrica. 

Però c’è da dire che tutta quella gente qualcosa combinava, per essere sul mio muro. Chi cantava, chi recitava, chi organizzava stragi di Stato. Insomma, si davano da fare.
Ora il divismo (dove quell’ora è da leggersi nell’ultimo ventennio) invade tutto e tutti, persino Pizzakaiju.
Io, che in preda alla fame ed allo scazzo accendo la fotocamera e dico stronzate, mi ritrovo a fare live su TikTok e a dover sentirmi PREGARE da bambini che vogliono essere salutati da me.
Tipo quelli che andavano a Tira e Molla e volevano farsi baciare dalla Sellerona, sulla guancia.

Sì, i  miei riferimenti televisivi risalgono alla precaduta del muro di berlino

All’inizio avevo preso sottogamba la questione, non mi era parsa nemmeno una questione. Poi ho scoperto che i tiktoktari e gli instagrammabili non rispondono a Direct e commenti. Che in molti si sentono dei divi con la scopa nel culo.
E che i bambini e i ragazzini sono talmente abituati a non essere cagati dai loro idoli da emozionarsi di brutto quando uno pronuncia il loro nickname in live, tanto da creare video e screenshot per dimostrare che il loro divo del momento li ha SALUTATI.
E no, così non va.

Io mi dissocio.

Innanzitutto se vi trovate a PREGARE qualcuno per ottenere la sua attenzione, forse quel qualcuno non è manco degno della vostra e dovreste valutare di andare a cercare intrattenimento da qualcun altro.
Ma poi rendiamoci conto che state idolatrando gente come me: cretini che si divertono a fare i cretini filmandosi e caricando tutto sul web. Alcuni ballano, altri recitano, altri fanno tutorialbrutti di cucina, ma sempre i cretini stiamo facendo.

Tipo questo signore qui.

Se accendi la fotocamera puoi unirti a noi e fare il cretino pure tu e se il Dio del Web lo vuole, puoi avere pure tu la tua nicchia di followers che ride per le tue battute.
Insomma, nessuno di noi è John Lennon.
Ma anche fosse. Mettiamo pure che io sia il Ringo Starr della cucina Brutta.
Crediamoci anche solo per un istante.
Che motivo c’è di credere che essere cagati da me abbia qualche valenza? Che cosa c’è di così trascendentale nell’avere a che fare con la persona celata DIETRO alle cose che ti piacciono?
Salvo pochi casi (tipo con gli autori, quelli veri, tipo Herzog o Bergman) l’uomo è infinitamente più piccolo di ciò che crea. Anzi, ciò che crea è il suo modo per sublimare la sua persona. Esterna la sua parte migliore, le dà una forma, spesso manco volontaria. Ciò che dovresti apprezzare è la creazione dunque, non il creatore. Che di solito è uno stronzo megalomane, quando non un inutile coglione.

Sì, oggi un post molto intenso, quasi più di questo sguardo.

Quindi non chiedermi di salutarti. Non pregarmi.
Esigi rispetto da quelli che stimi virtualmente, non elemosinare attenzioni spicciole.
Prendi quello che ti do e godine, indipendentemente dalla mia orrida persona. Ed oggi ci mangiamo – ognuno a casa propria, distanziati ma felici – un ragù bianco.
Saluto mia mamma, tutti quelli che mi conoscono e Go, go go! 

Mi raccomando, CARICHI!

Per preparare una pasta al ragù bianco, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di cannolicchi rigati o altra pasta corta (ma pure lunga, chi sono io per comandarti?);
  • 500 grammi di macinato di vitello;
  • 150 grammi di vino bianco buono, non il tavernello. Io ho usato una falanghina. Ricordati che l’alcool va a fanculo, il gusto rimane.
  • un litro e mezzo di brodo vegetale, preparato con sedano, carota, cipolla e sale grosso;
  • 20 grammi d’olio;
  • sedano, carota e cipolla per il soffritto. In quantità uguali.
  • ricotta salata piccante o altro formaggio da mettere sui piatti. Poca roba, non deve coprire (talmente poca che non l’ho pesato);
  • sale e pepe.

Per preparare il ragù avrai bisogno di 40 minuti ma bisogna pure farsi il brodo.
E lo so che io sono quella che ha millantato il dado per una vita, ma ho cambiato idea. A furia di bestemmie ho educato il mio palato al brodo vegetale fatto in casa ed ora non si torna più indietro: 40 minuti di attesa per una roba che proprio è INFINITAMENTE più buona. In fondo il dado sa di sale. Il brodo vegetale c’ha i sapori che ci metti.

Come si fa?
L’ho spiegato cento volte, ma lo rispiego.
In un litro e mezzo d’acqua metti una carota, una cipolla pelata tagliata a metà, una costa di sedano e del sale grosso (un po’ meno di quello che useresti per cucinare la pasta). Poi ci cacci pure quello che hai in frigo. Qui c’è una mezza zucchina e pure dei fagiolini.

Chiudi col coperchio e da quando bolle conti 40 minuti.

Finito questo, iniziamo col ragù.
Fai un trito con cipolla, sedano e carota. Usa il mixer perché ci serve tritato piccolo piccolo.

Versa 20 grammi d’olio in una pentola di cui possiedi il coperchio e caccia dentro il trito di verdura.

Fai soffriggere a fiamma bassa e gira spesso. la verdura deve ammorbidirsi e perdere volume.
Dopo circa una decina di minuti caccia dentro il macinato.

Distruggilo con un cucchiaio, fai rosolare su ogni lato. Tutta la carne deve cambiare colore.
A quel punto versa 150 grammi di vino.

Alza leggermente la fiamma, fai evaporare la parte alcolica.
A questo punto abbassa la fiamma al minimo, aggiungi sale e pepe (senza esagerare per entrambi) e poi copri col brodo. Il brodo deve essere poco sopra al livello della carne. 

Sposta la pentola sulla fiamma più piccola che hai, socchiudi col coperchio e adesso si parte con la cottura. 40 minuti. Se il brodo dovesse evaporare, aggiungine dell’altro. Poco alla volta, non stiamo facendo una minestra.

Dopo i 40 minuti continua la cottura, ma metti a bollire l’acqua della pasta.
Prosegui la cottura del ragù fino all’arrivo della pasta ed alla fine il liquido dovrà essere quasi tutto evaporato: 

Prepara la pasta, cacciala dentro al ragù e mescola.

Ci siamo! Finalmente si mangia.
Prepara le porzioni ed ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Se vuoi spolvera col formaggio grattugiato, se non vuoi non farlo (ma ci sta bene).

Ciao e buon appetito!