Panino del Turista

C’è quella domanda un po’ stupida dell’elencare le cose per cui vale la pena vivere.

L’elenco lo fa pure lui in questo film qui.

Sembra facile rispondere.
Così a occhi chiusi puoi dire focaccia, Casablanca, il mare, il cibo, la mortazza.
Solo che io non riesco più – oggi più che mai – a dare risposte semplici a domande sciocche. Io oggi non sono manco più in grado di dimostrare di non essere un robot, quando me lo impongono.
Mi intimano di segnalare le immagini con i treni o le bici o le strisce pedonali. Vado spedita nelle prime due o tre, poi inizia l’affanno. Del treno qui si vede solo una porzione di culo. Del semaforo un pezzetto della testa, ma proprio piccolo. Che dire delle biciclette in questa strada, che sì ci sono ma in lontananza e solo nella ruota posteriore?

#disneyedit from whatever i'm driving

Ecco perché, Belle. Ti pare che siamo delle persone normali?

Non do risposte semplici a domande semplici.
Sono in un momento di stress cervellotico: tutto è caotico, tutto è complesso, tutto è elucubrazione senza fine.

Aggiungiamoci il carico definitivo degli sbalzi emotivi degli ultimi sei mesi. Non so cosa sia stato a produrre un cambiamento così grande in me, ma vivo in un perenne disequilibrio. Momenti di entusiasmo alternati ad apatia estrema. Momenti in cui tutto è tutto e in cui tutto è niente. L’ho già scritto in precedenza: credo che gli esseri umani siano un cumulo di scompensi chimici e le loro decisioni ed emozioni e reazioni siano solo la conseguenza di quello che nel corpo sta accadendo. Spesso a loro insaputa.
Quel che è vero adesso, quindi, non lo è tra 5 secondi.
Al di là di questo, la domanda si può ribaltare. Quali sono le cose senza le quali NON vale la pena vivere?

#the silence of the lambs from HIATUS FOREVER

Già diventa una domanda un po’ più inquietante, no?

Eh, vedi bene che il concetto è diverso.
Perché se è vero che la focaccia e fallout sono cose che han reso la mia vita migliore (così come la burrata, le pizzette romane, le passeggiate, certi gatti, kekko kamen di Go Nagai, i dischi degli 883 e pure le patate bollite di Béla Tarr), non è che SENZA di loro l’esistenza sarebbe stata una merda. Diversa, peggiore, ma non una merda.

Tumblr: Image

Anche senza Capitan Planet sarebbe stata una vita peggiore.

Non vale la pena vivere privi di cervello. In stato comatoso, magari dopo un incidente. Ciechi, sordi, muti, paralitici. Per alcuni potrebbe non valere la pena vivere senza i figli o il marito o comunque una persona specifica.
Sarà che io sto guardando all’essenza, ormai, ma mi è difficile dire che un saggio di Terzani sia qualcosa di FONDAMENTALE. Lo è svegliarmi la mattina e ricordarmi dove sono, chi sono, approssimativamente quanti anni ho. Per quanto adori la mia collezione di magliette, senza io sono ancora io.

È che io penso sempre a questo.

Così ci si spinge oltre e ci si domanda cosa sia la felicità. E ci si annoia da soli, perché tanto risposta non c’è. Felice è ciò che ti rende felice, la vita è quel che è, la focaccia è più buona nel ricordo che mentre la addento.
Tutto è più valido nel ricordo che nel momento in cui lo vivo.

L’altro pomeriggio guardavo Chi ha paura di Virginia Wolf. Confusione, rabbia, gentilezza gettata lì con malagrazia e vendetta. Tutto insieme, spesso, condito da fiumi di alcolici che ti facevano dubitare: come potevano reggersi ancora in piedi quei personaggi? Avevano oltrepassato di parecchio la soglia della normale ubriacatura molesta.
Ad un certo punto spunta questo dialogo, verso la fine del film, quando io stavo cominciando a credere di avere un inglese del menga: non è che ero io che non stavo capendo una sega?

Truth or illusion, George; you don’t know the difference.
No, but we must carry on as though we did.
Amen

Il mood di quel pomeriggio.

Un calcio in bocca. In un attimo mi è stato chiaro come viva in continua sospensione tra il vero e quel che credo vero, tra la verità e l’illusione, appunto. Uno potrebbe pensare che sappia riconoscere la differenza, che abbia ben chiaro dove sia la presa per il culo. Non mi dico questo ad alta voce perché se lo dicessi, il mio universo crollerebbe?
No, io mi dico tutto, solo che non sempre capisco.
Depressione e stupidità sono tanto concrete quanto falsificatrici.
Ormai sento di non possedere più alcuna lucidità di pensiero.
Non so cos’ho. So che ho.

L’ubriachezza di Elizabeth Taylor e Richard Burton era l’unico modo per rappresentare una follia tanto marcata, una violenza verbale così ricercata.

La vogliamo mettere sotto contratto questa rabbia?

Da sobri sarebbe stata un’inutile mattanza lucida, a cui lo spettatore non avrebbe potuto correlarsi. Così invece, in preda alla confusione alcolica, ci si poteva illudere di non far parte del teatrino. Che fossero il gin o la vodka a parlare.
Peccato che fosse tutto troppo misurato nella ricerca del dolore (proprio e altrui) per dare colpa e responsabilità piena all’annebbiamento generale. Da annebbiati si dicono stronzate, non si è architetti del male.

#elizabeth taylor from SparkleJamesySparkle

E non sei soltanto un’ubriaca.

Detto questo, il panino del Turista (che ho copiato da Lello Panello di Chef in camicia) è una di quelle cose per cui vale la pena vivere?
Non lo so, di sicuro ha reso la giornata migliore.

Go, go, go!

#bruce lee from The Dragon

Pronti a tutto!

Per preparare il panino del turista hai bisogno di:

  • Pane che puoi tagliare in modo da creare tre strati. Io ho usato pane per bruschetta industriale, ma tu puoi usare quello che vuoi. Anche quello da tramezzini, se vuoi. Il peso si aggira intorno ai 100 grammi;
  • 2 fette di ananas, peso complessivo di circa 200 grammi;
  • un filo d’olio (misurato, erano ben 3 grammi);
  • un po’ di lattuga;
  • 100 grammi di prosciutto cotto;
  • 30 grammi di maionese;
  • peperoncino fresco piccante;
  • sale.

Partiamo dall’ananas. Certo, puoi comprare quello in scatola ma sa d’un cazzo.
Meglio occupare un po’ di tempo per creare le fette (irregolari e brutte) che aprire una scatoletta: il risultato sarà decisamente più buono.

Quindi prendi l’ananas per i capelli e tagliala a fette non troppo spesse. Poi togli tutta la buccia esterna (senza preoccuparti se la fetta verrà spigolosa: dobbiamo mangiarcela, non andare ad un concorso di bellezza) ed infine con un coltello devi tagliare la parte centrale.
Otterrai questo:

Prepara il pane. Come ti ho scritto negli ingredienti, faremo un grattacielo di panino. Quindi ti servono tre fette di pane uguali, sta a te capire come ottenerle.
Ecco le mie:

Trita del peperoncino piccante (più piccolo sarà, meglio è).
Metti la maionese in un contenitore e cacciaci dentro il peperoncino. Mescola.

Lava la lattuga e tieni qualche foglia da parte.
Ora possiamo partire.

Scalda una griglia e quando è bella calda adagia sopra il pane. Ci vorrà un po’, non usare una fiamma alta, gira spesso le fette e falle tostare.
Il pane sarà pronto quando sarà rigato ed abbronzato su ogni lato.

Su un’altra piastra (oppure attendi che finisca il pane e poi fallo sulla stessa ma non fare come me: togli le briciole di pane che rimarranno attaccate) fai andare le fette di ananas, ma prima salale un po’.

Anche in questo caso le fette saranno pronte quando saranno grigliate su ogni lato.

Tutto pronto, assembliamo.
Condisci l’ananas con poco olio.

Spalma la maionese su due delle fette di pane.

Lattuga ed ananas su entrambe le fette:

Prosciutto cotto su entrambe le fette:

E infine si chiude.
Goditi potere e bellezza delle tue ginocchia:

Ciao e buon appetito!

Riso ananas e pinoli (and Satan bless us, every one).

Non sono tra coloro che credono che serie tv e cinema appartengano allo stesso universo. Anzi, a dirla tutta a me le serie tv hanno stancato da diversi anni.

Si sa.

E non è che lo dico perché sono tra quei babbuini che han visto solo Lost e La Signora in Giallo: no, io ci ho passato centinaia e centinaia di ore, tipo drogata.
Poi però, passato l’entusiasmo del MA GIRANO IN ALTA DEFINIZIONEEE!! e quello del NON SONO PIU’ COME I CHIPS, HANNO UNA STORIAAAA mi sono resa conto che è tutta una grande soap opera. A volte anche ottima soap (come Six Feet Under), ma sempre soap è. Prendi dei personaggi, li metti in un contesto x, fai finta di avere scritto una trama lunga e complessissima che però annacqui mostrandoci che lui stava con Francesca ma Francesca amava Davide, in un loop infinito di rapporti interpersonali del tutto simili tra loro.

Sì, ho appena citato Ambra.

Dal mio punto di vista, quindi, non c’è molta differenza tra le puntate di Beautiful che mi faceva vedere mia nonna e quelle di Mr. Robot.

Mi sembra che le serie tv siano per un pubblico con l’attenzione spenta. Non c’è niente di male: anche a me capita di essere rincoglionita ed è in quei momenti che ci inserisco la serie che mi fa meno cagare in quel periodo (tipo The Walking Dead).

Poi ci sono delle eccezioni, in media mezza volta l’anno.

Siamo solo a gennaio e già abbiamo giocato il jolly 2019, sembrerebbe. Perché per ben tre giorni ho accantonato i film per mangiarmi – drogandomi sin dal primo episodio – Chilling Adventures of Sabrina.

All’ultima puntata ero così.

Non vedevo la vecchia serie né ho mai letto il fumetto (di cui manco sapevo l’esistenza). Anzi, ti consiglio di non leggerlo: l’ho aperto ed in 7 vignette ti spoilerano tutta la storia della prima stagione, anticipandoti parte della seconda. Quindi se per te la sorpresa è importante quanto lo è per me, lascia stare il fumetto.

Spiegherò il buono della serie senza anticipazioni.
Innanzitutto quello che funziona – e si vede da subito – è il cast. Tutte facce giuste nel personaggio perfetto. In più ogni personaggio non è bianco o nero, cattivo o buono. Il manicheismo da pessima scrittura seriale è sostituito da contraddizioni intelligenti, motivo principale per cui i suddetti personaggi sembrano possedere una consistenza tangibile.

Robe normalissime.

A me non piace quando la storia è guidata da un filo che divide la parte del bene da quella del male: non trovo sia possibile ottenere per davvero questa divisione, quindi sbuffo al minimo accenno di luogo comune comportamentale. E spengo.
Sabrina e le persone che le sono vicine sono del tutto avulse da questa restrizione. Sabrina stessa compie una serie di azioni ed è affascinata da tutto un pensare che sarebbe limitante vincolare. Fa quel che si sente di fare ed agisce in maniera spiazzante pur di ottenere il bene per coloro che ama. Peccato che il bene per uno non sia necessariamente traducibile con bene per tutti (come Spock ci ha sempre insegnato).

Massì, lo sappiamo.

Sabrina, nel suo spero lunghissimo percorso alla ricerca della libertà di scelta e dell’acquisizione di potere, riesce a stupire con certi suoi piani elaborati che lasciano presagire nulla di buono.
Non è la sola: la cattivissima di turno, francamente, sembra guidata dal buon senso quasi più di Sabrina stessa. La zia Zelda, pur disegnata come fredda e distaccata, è incapace di reggere moltissime pressioni emotive, mentre l’altra zia – a prima vista più fragile e gentile – ha una sicurezza granitica quando e se occorre.

L’abbiamo capito, giuro.

Lasciamo per un attimo in pace i personaggi e concentriamoci sul resto: la messinscena e le citazioni. La serie è ovviamente super derivativa, raccogliendo qui e là elementi di quasi cent’anni tra cinema e tv. Però non si abbassa a spiegare allo spettatore il riferimento cinefilo (o lo cogli o non lo cogli e chissà quante me ne sono sfuggiti): lo inserisce nello scenario, senza strizzare l’occhio a nessuno.
Riuscitissime le atmosfere, molto horror. Oserei dire più horror di quelle che dovrebbero esserci nei film di genere degli ultimi anni. Se dovessi scegliere un paragone, direi che la serie si pone tra quelle cosette che avrebbero potuto girare a fine anni ’80 inizio ’90 del genere fantastico, per ragazzi. Una via di mezzo tra le storie dei Piccoli Brividi (o Goosebumps, ora che siamo colti) e I racconti della Cripta, ma con uno spirito più cinematografico possibile.

Ho letto questo racconto cento volte.

Il tutto è pensato per un pubblico adolescente (ma anche adulto, visto che io sono più vecchia di Morla, la Tartaruga Millenaria) più scafato, meno pronto a scusare storie tagliate a metà o con morali dubbie che dovrebbero insegnarti la vita.

L’unica cosa che stona parecchio è parte della regia: non tanto le inquadrature o la composizione dell’immagine, quanto il fatto che spesso tutto risulti sfocato. Intere scene hanno focalizzato un solo particolare (di solito centrale) ed il resto è appannato. Non ho capito la scelta, fa oggettivamente schifo.

Mi devo fermare qui, perché per continuare dovrei raccontarti degli episodi o delle scene e no: tu devi guardarti Chilling Adventures of Sabrina senza che qualche Kaiju stronzo ti distrugga il senso di stupore indispensabile per qualsiasi visione.
Quindi basta e passiamo alla pappa.

E pure Pazuzu.

Se pensi di poter preparare la ricetta che ti sto per proporre usando una padella normale, te lo scordi.

Io ti ho avvisato, se poi devi buttare via tutto non venire qui a lamentarti.

Wok e padella non sono sinonimi: ne ho già parlato lungamente qui. Così come c’è un abisso tra un wok bruciato da te (lunga operazione di cui trovi qui le istruzioni) ed uno già antiaderente. Nel wok punkabbestia tutto viene da dio, in quello antiaderente non riesco ad ottenere gli stessi risultati. Ma saranno le mie incapacità, certo.

Mi inchino a chi riesce a cucinare qualsiasi roba con qualsiasi mezzo e sempre in maniera impeccabile.

Di sicuro questo riso (e tutti gli altri risi che ho proposto) non possono essere preparati con una padella, antiaderente o meno. A quel punto fai prima ad ordinare tutto al cinese, direttamente, perché tanto ti verrebbe di merda.
Detto questo, possiamo partire con la ricetta del riso ananas e pinoli.
Prima di raggiungere il risultato che ti sto per dare, avevo provato una versione senza uova e salsa di soia: aveva un sapore quasi vuoto, mancava proprio qualcosa.
Così invece mi ha soddisfatto parecchio. L’ho mangiato anche il giorno dopo, freddo, ed era pure meglio.

Avvertenza: se tu hai il riscaldamento, tutto ok. Se non ce l’hai, proprio come me, pure la potenza del wok verrà meno: gli ingredienti erano veramente gelidi pure senza stare nel frigorifero, quindi perdeva di temperatura di continuo. Insomma, a te verrà sicuramente meglio che a me, vedrai.

Go, go, go!

Tutti con la bocca piena, così non litighiamo perché penso che I Soprano siano lammerda.

Per preparare un riso con ananas e pinoli, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso basmati. Ho provato altri tipi di riso e secondo me sono troppo pieni di amido, tendono a spappolarsi;
  • 3 cucchiai d’olio;
  • 2 uova;
  • 40 grammi di salsa di soia;
  • 400 grammi di ananas a temperatura ambiente. Mi raccomando: freddo rilascerebbe troppo liquido;
  • 40 grammi di pinoli;
  • un cipollotto.

Siccome il riso deve essere freddo, ti tocca lessarlo diverse ore prima.  Cuocilo al dente, omettendo tre minuti del tempo indicato sulla confezione, e scolalo bene. Distribuiscilo uniformemente su un piatto, lascialo raffreddare e poi caccialo in frigo. Lo toglieremo dal frigo giusto un minuto prima di accendere il wok.
Questa operazione non è sacrificabile: ho provato a cucinare il riso tiepido o fatto raffreddare sotto l’acqua corrente, ma il risultato non è stato per niente lo stesso. Tende ad appiccicarsi e spappolarsi.
Quindi tu mettiti in pari, ci vediamo qui tra qualche ora.

Ma infatti, 4-5 ore passano in un secondo.

Rieccoci.
Prepariamo tutti gli altri ingredienti.
Metti i pinoli in un pentolino e falli scaldare con fiamma media, girando spesso. Dobbiamo colorarli un po’, senza bruciarli, per dargli un odore ed un gusto più decisi. Ci vorranno circa 5 minuti.

Taglia un cipollotto a pezzotti non troppo piccoli, si brucia facilmente.
Spacca due uova in una ciotola, versa dentro 30 grammi di salsa di soia e sbatti il tutto brevemente. Non dobbiamo preparare un dolce, è sufficiente che gli ingredienti siano ben mescolati.

Infine taglia l’ananas a pezzetti abbastanza piccoli:

Tira fuori il riso dal frigo. Staccalo bene dal piatto con una schiumarola, così ti sarà più facile cacciarlo nel wok quando sarà il momento.

Metti il wok sul fuoco, fiamma alta.
Fagli prendere temperatura: appena vedi del fumo che sale, è pronto. Sì, deve proprio fumare, hai capito bene.
Ora cacciaci dentro 3 cucchiai d’olio.
Attendi 30 secondi e butta dentro il cipollotto.

Altri 30 secondi ed è la volta dell’ananas:

L’ananas ha bisogno di circa 5 minuti: rilascerà un sacco di liquido e questo liquido deve un po’ evaporare. E poi deve essere caldo: se fa freddo in casa o se era in frigo, bisogna dargli un po’ di tempo.
Dopo circa 5 minuti ci sarà forse ancora un po’ d’acqua, ma non molta. Puoi quindi versare le uova.

Se il wok è a temperatura, vedrai le uova gonfiarsi ai lati e quello è il segnale per cacciarci dentro il riso.
Se come me non sei riuscita a mantenere la temperatura costante, attendi che si rapprenda un pochino nei bordi, poi versa riso e pinoli.

Adesso devi stargli dietro. Ci sarà bisogno di circa tre minuti, ma il tempo dipende molto dalla quantità di liquido da assorbire. Devi girare di continuo il tutto con una schiumarola e in questo passaggio aggiusta pure di sale. 

Il riso sarà pronto quando sarà asciutto, senza liquido da nessuna parte. I chicchi dovrebbero anche essere tutti separati, senza formare pappe strane:

Spegni la fiamma e prepara le porzioni.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!