Cotolette di melanzane fritte.

Ho dovuto fermarmi. Mi stavo allenando, cercavo di sudare, di far scattare l’adrenalina. Di raggiungere quel qualcosa che non so, ma che ogni mattina mi accende il cervello e a volte – come oggi – me lo spappola.
L’unico momento di pace che vivo è all’alba. Alle cinque, silenzio assoluto, il gatto che entra, mangia i croccantini ed io lì, che mi scaldo il caffè.
Cerco di allungare il momento del risveglio più possibile, di dilatarlo, di respirare il silenzio. Soprattutto il mio, di silenzio.
L’orologio però non si ferma e dopo un tempo che il mio corpo considera ragionevole (quel tempo che mi concede prima di accendere la spia dell’ansia, perché la giornata è sempre troppo breve) mi tocca alzarmi.
Palestra. Spesa. Non pensare. Non pensare. Non pensare.
#video gamers from Retro Game Lovers

Occupa ogni secondo possibile, sii frenetico, non pensare non pensare non pensare

Prima dell’era dell’internet ti si raggelava il cuore. Ha ragione Roberto Mercadini, in questo video per me bellissimo.
È piuttosto ironico che faccia video comici quando nella mia testa regna più che altro confusione ed una sorta di brighter discontent. Lo scrivo in inglese non perché fa più figo, ma perché in italiano non rende: insoddisfazione gioiosa, ma che può essere pure insoddisfazione intensa. Insomma, un gioco di parole che ci metto troppo tempo a spiegare ed il concetto, nel frattempo, se ne è andato a fanculo.
È diverso tempo che non sto bene ed è difficile scrivere (scriverMI) quando ormai so che in molti mi leggono. Non è più un tempo dedicato solo a me e non è un male. Ricevo molte righe di affetto, quel raggerlarsi del cuore a volte si mitiga un po’.
Devo cambiare. In realtà cambio un po’ ogni giorno e riconoscersi in quello che c’è intorno è via via sempre più difficile.
#jokeredit from gwen's edits.

Ed ogni giorno tendo a ridere tragicamente. Sì, Joker è diventato uno dei miei film preferiti.

Chi si ferma è perduto, gli ultimi saranno i primi, nessuno può mettere baby in un angolo.
Frasi fatte si formano nella mia testa, frasi che non hanno alcun senso compiuto.
Ogni tanto torna quel monologo di Bifo, quello sull’importanza di capire che sì, lo Tsunami ci travolgerà tutti e che bisogna trovare qualcosa (QUALSIASI COSA) da dire, pensare, vestire prima di essere spazzati via.
Mi rendo conto di attendere quell’Onda Grande da tempo immemore, di stare sulla spiaggia a vederla arrivare. Lentamente, inesorabilmente. Quanti avverbi.Una delle regole della scrittura è proprio quella di non usarne tanti, di avverbi. Sono una scorciatoia per evitare di usare le parole, per non mettere mano all’immenso vocabolario e gestire i pensieri. Però oggi mi vengono comodi. Oggi devo solo muovere le dita, non mi interessa la forma.
#this virus has gone too far from A TOTAL KARMA COMPRESSOR SYSTEM NAMED GARLAND

Perché oggi non ne posso più.

Non mi sono svegliata all’improvviso in una Wasteland emotiva. È stato un tragitto che ho seguito passo passo. Ho segnato la mappa precisa di ogni svolta, di ogni deviazione, lago, mare, incrocio incontrato. Ora che mi sono fermata, ora che cerco di trovare pace seduta su questa sedia, davanti a questo computer, con miei organi interni attorcigliati dall’angoscia, ora però non voglio più proseguire.
Forse bisogna tornare indietro.
Forse bisogna buttarsi da qualche parte.
Forse.

#morgan jones from we are the walking dead

Morgan non mi sembra convinto. E se non è convinto lui, non c’è via dì uscita.

Prima dell’internet ci si raggelava il cuore. 
Ora ho i mezzi per cercare una soluzione intima, singola. Ho sempre rivestito troppo nel ruolo dell’Altro, come se esistesse una comprensione esterna a quella proprio. No. Quello che fai è regalare le istruzioni precise (tipo IKEA) a qualcuno scelto dal mucchio, per sincronie strane e spesso casuali. Ma quelle istruzioni sono falsate e spesso manco tu sai che cazzo sei.
Io non so chi cazzo sono. Che cazzo sono. Perché cazzo sono.

Due giorni fa mi è stata posta una domanda. Una domanda che ha avuto su di me due reazioni primarie.
La domanda, uscita dal quasi nulla da una persona a cui sto imparando a (scegliere un verbo casuale, perché non so cosa sto facendo manco in quel caso) era: Perché combatti col cibo?

#90scartoons from 90s Cartoons

Rappresentazione chiara delle mie abbuffate compulsive.

Erano tipo le due di notte, era stata fatta quasi come dimostrazione di un discorso più ampio, ed io tra un po’ cado dal letto.
La scelta delle parole mi ha colpito in maniera profonda: questa persona, pur non conoscendomi molto, non ha avuto dubbi che ci fosse una guerra tra me e la roba che ingurgito. Non c’era nessun preambolo di cortesia, solo un quesito lanciato come una bomba a mano.
In un altro momento della mia esistenza avrei caricato quella sua intuizione di profondo significato. Ah, come mi capisce. Ah, sono meno sola.
Invece in quel momento mi sono sentita solo vulnerabile, cristallina per chiunque tranne che per me stessa.
#dwedit from winter is here

Eh, a quanto pare sono solo io che non mi vedo, quindi inutile che fai il figo.

Perché poi non ho mica saputo rispondere alla domanda. Ed è questo che mi ha colpito forse ancora di più: nonostante viva di seghe mentali, a questa domanda non c’è più risposta. Le risposte che ho dato erano fittizie: risalivano alla notte dei tempi, alle cause primarie, a cose accadute LETTERALMENTE (ah, un altro avverbio) nel 1992.
Siamo nel 2020.
È tempo di dare risposte nuove a domande vecchie. È tempo di affrontare l’oggi non come un’eterna stasi del cazzo, un’attesa di quell’onda definitiva (quella Grande), un’attesa di un apocalittico Godot.
Come, non so.
Ci sto lavorando.
Ma ora parliamo un attimo di melanzane.
Pensavo fosse una roba da Capitan Ovvio, ma a quanto pare no, quindi ripassiamo le basi.
E la base è una: le Melanzane sono delle grande stronze. 

Pausa Ludica.

Questo perché sono cariche d’acqua e non puoi trattarle come tutte le altre verdure. Se le friggi, si ammollano. Se le fai nel sugo, succhiano tutto il liquido e devi caricare d’olio (oltre che d’odio).
L’unica soluzione è prendersi un po’ di tempo e farle spurgare. Che è una parola di merda, lo so, ma così si dice e non è colpa mia.

In cosa consiste? Metti un po’ di sale sopra, le fai riposare per un paio d’ore con anche un peso sopra per aumentare la pressione e dalla melanzana esce acqua. Poi dopo quest’operazione puoi anche pensare di strizzarle anche un po’, ma già il semplice far uscire l’acqua è un grosso passo avanti.

Non avevo mai fatto la prova di friggere una melanzana senza farle uscire il sale, ma questa volta mi sono tolta la curiosità. E c’è una differenza abissale.

#Filmedit from Classichorrorblog

Lo so, sono notizie sconvolgenti.

Le melanzane che hanno spurgato sono venute perfette: croccanti fuori, morbide dentro, non oliose.
Quelle che non hanno spurgato, invece, erano molto inferiori e si sono pure comportate diversamente durante la cottura: l’acqua è fuoriuscita, l’olio ha iniziato a sputare, ha calato di temperatura. Il risultato finale erano delle melanzane spugnose, anche se croccanti.
Ma questo perché io so friggere, che discorsi.

#trekedit from nyotas

Grasse risate.

Quindi ripassiamo le basi della frittura che no, non ha bisogno di un termometro e di una friggitrice. Se ce li hai ti semplificano la vita, ma la frittura ha bisogno solo di quello che possiedi già naturalmente: occhi e udito. 
La prontezza della pappa si vede e basta, devi osservare il colore della panatura. E no, la panatura non sarà abbronzatissima o pallidina se l’olio è e temperatura, le cose vanno come devono andare.
E l’olio è a temperatura quando lo vedi friggere in maniera decisa ma non a cannone. Lo so che non ti sembrano indicazioni salienti (e non lo sono, non sono scientifiche e noi siamo abituati a misurare pure il sale, quindi mi rendo conto che l’improvvisazione non è il nostro forte), ma dopo un paio di volte che friggi, te ne rendi conto.

Infine bisogna far riposare la frittura in maniera decente: mai addossare la roba fritta una sull’altra. Metti ogni pezzo ben distanziato uno dall’altro, sopra della carta assorbente. La carta assorbente va cambiata diverse volte, finché il cibo sarà non più unto. Se quando mangi le tue mani sono inondate d’olio, la tua frittura fa cagare.

#godzilla from Kinasin Land

Inutile che t’incazzi, qualcuno doveva pur dirtelo.

Lo so, è il post più lungo del mondo.
Passiamo alla ricetta.

Go, go, go!

Per preparare delle cotolette di melanzane fritte, per due persone, hai bisogno di:

  • 600 grammi di melanzane. Quelle ciccione;
  • olio extra vergine di oliva per friggere. Vuoi usare un altro olio? Libero. Però sappi che è più difficile perché si brucia più facilmente (e pure meno digeribile, ma quello dipende dallo stomaco). È una frittura ad immersione, io ne ho usato almeno mezzo litro;
  • 100 grammi di farina 00 (circa, ne ho usati 50). Dose abbondante, ma meglio lavorare in dosi abbondanti;
  • 200 grammi di pangrattato (circa, ne ho usati 100). Stesso discorso della farina: meglio lavorare in dosi abbondanti.
  • 4 uova (100 grammi usati effettivamente). Stesso discorso della farina e del pangrattato:
  • sale.

Ritratto di una stronza:

Dobbiamo tagliarla a fette. Non troppo sottili, non troppo spesse.
Tipo così:

Non friggiamo la testa ed il culo.
Però ti consiglio di non buttare i resti delle verdure: io ormai uso qualsiasi cosa per preparare i brodi vegetali.

Metti queste fette sopra una gratella e sotto la gratella metti una teglia.
Non hai la gratella né la teglia? A parte che sei sfigato, puoi sempre usare uno scolapasta messo sopra una pentola (ce l’avrai uno scolapasta, no?).

Ora sala ogni singola fetta. Non è che devi INONDARLE di sale, ne basta poco. Poi sopra alle melanzane appoggia dei pesi.

Lascia riposare le melanzane almeno un’ora. Due è anche meglio.
Quando tornerai le melanzane avranno rilasciato un po’ di liquido. In parte sarà sulla teglia ed in parte proprio sopra la melanzana.

Ora devi solo tamponare ogni fetta con un po’ di carta assorbente, cercando di togliere tutta l’acqua. Puoi anche usare un panno (pulito). Basta che togli quella cazzo di acqua.

Adesso prepara l’occorrente per la panatura.

In un piatto versa la farina.
In un piatto il pangrattato.
In un altro piatto 4 uova sbattute, con un po’ di sale.

Prendi una fetta di melanzana e passala nella farina. Cerca di fare aderire anche sui bordi (anche se non sarà facilissimo).

Passiamo ora la fetta nell’uovo e ricordati sempre i bordi.

Infine anche nel pangrattato.
Devo ancora ricordarti i bordi o hai capito il concetto?

Alla fine avrai un sacco di cose del genere:

Siamo pronti per friggere.
Versa l’olio nella padella che hai deciso di usare, accendi una fiamma media e scalda l’olio. 
Nel frattempo prepara un po’ di piatti coperti da carta assorbente.

Come fai a sapere se l’olio è pronto? Certo, puoi fare la prova dello stecchino e vedere se fa le bollicine. Ma fai prima a gettare un pizzico di pangrattato dentro: se frigge, ci siamo. 

E se ci siamo puoi immergere le fette di melanzane. Comincia con una sola: quando frigge in maniera decisa, puoi aggiungerne altre. Ma non tante, sennò perde temperatura. Ricordati di ascoltare l’olio, sarà lui a borbottare a ritmo. Se borbotta troppo, la temperatura è troppo alta e bruci tutto. Se tace la temperatura è troppo bassa e la frittura saprà solo di olio. 

Ti consiglio di friggere con fiamma bassa: non occorre affatto un lanciafiamme.
Questo non significa friggere con una temperatura bassa, eh, l’olio deve FRIGGERE. Significa solo che se usi il lanciafiamme, la alzerai troppo, ‘sta cazzo di temperatura e brucerai tutto il santopadre.

Gira le cotolette un paio di volte, devi toglierle quando hanno una bella abbronzatura su ogni lato.

Adagiale poi sulla carta assorbente.

Lo vedi tutto quell’olio? Sarà sempre di più. Mentre friggi, occupati delle melanzane già fritte e cambia loro la carta. Ne userai tanta, è uno spreco, ma poi mangerai bene.

Qui ci siamo quasi:

Finito. È stato un viaggio interminabile, ma possiamo mangiare.

Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

Cosciotto di agnello con patate, tutto al forno

La cosa bella di vivere in un posto alla The Wicker Man è che quando il macellaio ti vede arrivare ti prende da parte e ti sussurra Oggi abbiamo appena sgozzato il canguro, ne vuoi una zampa? E guarda che con la coda ci fai un soffritto da paura.

Assaporare la vita di campagna vestito in giacca e cravatta? Non lo stai facendo nel modo giusto.

Quindi in questo periodo prepasquale ti offrono un po’ di tutto: musi di maiale e di vitello, fegati vari, cuori, polmoni ed ovviamente agnello in quantità inenarrabile.
Lo abbiamo appena scannato, ti dicono.
C’è la coscia intera, ti dicono.

Perché qui ci sono i riti del cibo un po’ in ogni periodo dell’anno e se perdi l’occasione tu l’agnello lo vedi giusto ad aprile del 2020 e sei sicuro di essere pronto a questo sacrificio?
Qui è tutto così. Mozzarelle da mezzo chilo solo a luglio e ad agosto (poi ti attacchi al cazzo e ti dai ai bocconcini=, menta solo in estate perché boh e soprattutto – il vero mistero – baccalà da ottobre a gennaio.
Se chiedi il motivo fanno i vaghi.
Che ok che sei uno di noi, ma fino ad una certa.

Risultati immagini per the wicker man

E se continui a fare domande ti bruciamo vivo, aggiungono sorridendo.

Chi sono io per andare contro alle tradizioni?
Quindi cosciottone d’agnello con patate per tutti, seguendo una ricetta che mi sono inventata e che è stata modificata in diretta da una ragazza che mi ha seguito passo passo su instagram, come si fa con gli scemi.
Risultato spettacolare, forse la carne più buona che abbia mai mangiato in vita mia.

Se sei di quelli Oh poverino l’agnello, via, il mondo è grande, mangia il tofu nella pace della tua casa che io divoro bestie innocenti sprofondando felice nel mio karma negativo.

Però prima di uscire dal blog ti diamo il bollino di qualità. In faccia.

Ma ora siediti, perché devo darti una cattiva notizia: ci vorranno due ore e mezza. Sì. Hai sentito bene. DUE ORE E MEZZA.
Però fidati: ogni minuto verrà ripagato nel momento in cui avrai in bocca questa meraviglia.

Prima di iniziare a cucinar però scatta la parentesi sugli Azzurri di Patate. Te li ricordi? Quelli del Io cuocio le patate al forno in 30 minuti, il trucco sta tutto nell’abbondante olio!

Bene: non è vero.

Eccomi, incazzata nera, davanti ad azzurro di patate.

Non lo affermo perché rosico e penso sempre di avere ragione. Ho provato e dopo due ore e mezza le patate erano buone, ma non VERAMENTE pronte, senza quella crosta spettacolare che un’ottima patata al forno deve avere, altrimenti è fuffa.

Questa volta non è che avessero scarsezza di olio, anzi, penso di non avere mai cacciato tanto unto in vita mia. Eppure un cazzo.

Io così, davanti alla teglia.

Quindi il mio consiglio è sempre quello di preparare le patate come ti ho detto in questo post qui. Metodo che non ripasseremo, abbiamo già troppe cose da fare.

Go, go, go!

La gioia.

Per preparare un cosciotto di agnello e patate, per due persone ma anche 4, hai bisogno di:

  • un cosciotto di agnello. Il mio pesava un chilo e ottocento grammi. Anche se lo prendi a pezzi comprane parecchio perché tanto ha un bordello di osso;
  • aglio secco, rosmarino secco e pepe;
  • sale;
  • olio per condire l’agnello, pesato a posteriori: erano appena 10 grammi;
  • 600 grammi di patate, peso calcolato dopo la pulizia;
  • 400 grammi di vino bianco;
  • carta stagnola.

Se non trovi il cosciotto ma dei pezzi sparsi, non temere: il procedimento ed i tempi sono esattamente gli stessi.
A fine post ti metto una foto della versione a tocchetti.

Subito le presentazioni:

Per prima cosa dobbiamo tagliare questo cosciotto: in ogni suo lato e fino all’osso.
Penserai che così possa bastare:

E invece no. Devi proprio macellarlo, altrimenti non si cuocerà mai ed altro che due ore  e mezza.
Per capirci:

Passiamo alla fase del condimento. Dobbiamo mettere olio, sale, aglio, pepe e rosmarino ma non solo sulla superficie, ma anche nelle fenditure. 
Versati dell’olio sulle mani e comincia a massaggiare l’agnello in ogni sua parte, buco, fessura e via dicendo: olio ovunque.

Credici, perché è un’operazione importante.

Stessa cosa con il sale.
Difficilmente salerai troppo, quindi niente paura.

Infine aglio secco, rosmarino e pepe un po’ ovunque.
Se vuoi puoi cacciare pure dell’aglio intero tra le fessure e pure dei rametti di rosmarino. Come preferisci.

Versa 400 grammi di vino bianco sopra la carne.
Ora lascia a macerare per un’ora, fuori dal frigo.

Nel frattempo passiamo alle patate.
Devi pelarle, lavarle e tagliarle a tocchetti.
Segui queste istruzioni per raggiungere la cottura precisa col microonde. Poi riversale nella teglia.
Condiscile con ulteriore olio, sale, pepe e rosmarino.

Se hai preso l’agnello a pezzi sarà così:

Hai fatto insaporire l’agnello per un’ora?
Allora accendi il forno a 200 gradi, modalità statica. 

Prima di infornare dobbiamo incartare tutto il santopadre per bene, con la carta stagnola, perché altrimenti si cuocerebbe troppo in superficie e dentro rimarrebbe cruda. 

Quindi inforna per un’ora.

Esaurita l’ora, togli la teglia (mentre sopra la panca la capra campa) per levare la stagnola.
Avrà l’aspetto di una carne bollita:

Ed ecco quello a pezzi:

Ora inizia la cottura a sentimento.
Innanzitutto parliamo della temperatura: alzala a 220 gradi, ma pian piano che il tempo passa usa un po’ quella che ti pare. Io alla fine ho raggiunto i 250 e mi sono trovata bene. Dipende un po’ dal colore che ottieni, dalle patate, da quanto ti sei rotta il cazzo di aspettare. Tipo che vedi che la carne è pronta, ma sopra non è bella bruciacchiata.
Ogni tanto gira anche il cosciotto, perché deve cuocersi uniformemente e se non lo giri col cazzo che ci riesce.
Ci vorrà un’altra ora e mezza di questa tua creatività culinaria, tra alza la temperatura e gira il cosciotto (e metti la cera e togli la cera). Devi ottenere un’abbronzatura uniforme:

Scatta le foto, mettile su instagram e poi taglia a pezzi l’agnello.

E se l’avessi fatto con i tocchetti d’agnello?
Circa così:

Ecco il piatto meraviglioso che avrai davanti:

Ciao e buon appetito!

Una stupida pasta col tonno. Al sugo, questa volta.

Lo confesso: la tana del Pizzakaiju altro non è che un covo per esaltati palestrati, dediti ad una dieta bilanciata, sana, gluten free e priva di grassi.

Eccomi mentre mi esibisco in pubblico e dimostro le mie teorie.

Intanto ringrazio l’internet perché oggi non c’avevo proprio niente da dire, invece l’ignoranza ha colpito ancora e mi ha dato nuovi spunti per deriderla.
Luogo: Facebook. Infinito ricettacolo di stronzi.

Mi cacciano da un gruppo di cucina in cui linko le mie ricette, chiedo perché.
Mi rispondono che le mie ricette non vanno bene ed io domando di nuovo perché: che hanno che non vanno le lasagne, le tagliatelle e la pasta col tonno che ho postato?

E mi si risponde che io pubblicizzo diete o principi alimentari oscuri, dato che c’è un legame con la palestra.

Reazione 2: beh, su 5000 blog ha controllato solo il mio, quindi in qualche modo spicco in mezzo a quel branco di mamme e mogli analfabete. Ottimo.

Reazione 3: sì, però, seri? Non mangiarsi sei panetti di burro fritti senza sapere quante calorie e grassi si stanno ingerendo sarebbe una roba che fa solo chi vende prodotti dimagranti?

C’è qualche neurone vivo in casa?

Allora mettiamo le cose in chiaro: non vendo niente, non consiglio a nessuno di mangiare come me e per me puoi fare un po’ quel cazzo che ti pare.
Però se poi ti divori il vasetto di burro d’arachidi, insieme a sei banane fritte con contorno di besciamella col cheddar dentro senza leggere le mie raccomandazioni (che si riassumono in MUOVI IL CULO) non ti lamentare se diventi come la mamma di Leonardo DiCaprio in quel film dove fa finta di essere un minorato mentale.

Erano felici, ma poi lei si è mangiata tutti.

Poi io c’ho l’asperger e nella mia testa ho pochissimi pensieri: palestra, cibo, palestra, videogiochi, palestra, film, palestra, cibo, palestra, fumetti, palestra, cibo, palestra, pizza, palestra, cibo ed ancora cibo.

E qui parlo dei cazzi miei, quindi se la mattina sollevo due frigoriferi, me li caccio sulle spalle e vado a correre 500 km in salita, ovviamente lo scrivo e poi concludo con Sì, e poi ho mangiato sei polli fritti ed una coca. 

  • 180 grammi di rigatoni o altra pasta corta;
  • 300 grammi di passata di pomodoro.
  • uno spicchio d’aglio;
  • 10 grammi d’olio;
  • 50 grammi di capperi sottosale. Sciacquati saranno circa 30.
  • 100 grammi di olive nere non condite;
  • 150 grammi di tonno sott’olio. Io uso il callipo che è BUONISSIMO.

Prepara gli ingredienti.

Denocciola le olive se occorre. Tagliane un po’ a metà, un po’ lasciale intere. A tuo gusto.
Scola il tonno dal suo olio (o dalla sua acqua) e se desideri risparmiare qualche caloria tamponalo bene con carta assorbente e poi lascialo riposare su un piatto, sempre sopra carta assorbente. 
Sciacqua molto bene i capperi, per almeno tre o quattro volte. Altrimenti sanno solo di sale.
Trita l’aglio.
Trita il prezzemolo.

In una padella versa un cucchiaio d’olio, fallo leggermente scaldare e poi caccia dentro l’aglio.

Metti anche l’acqua della pasta a bollire.

Fallo soffriggere per un paio di minuti, fino a quando cambia colore. Poi versa la passata di pomodoro.

Attendi che cominci a sobbollire, poi aggiungi capperi ed olive.
Appena puoi cala la pasta, fai andare il sugo a fiamma bassa per tutto il tempo.
Se occorre allungalo con un po’ d’acqua.

Scola la pasta 2 minuti prima del tempo indicato sulla confezione (senza gettare l’acqua di cottura, che non si sa mai) e cacciala direttamente in padella per completare la preparazione.

Fiamma alta, gira spesso e se occorre bagna con l’acqua.
Quando manca poco aggiungi anche il tonno. No, il tonno non ha bisogno di cottura.
A fiamma spenta puoi aggiungere anche il prezzemolo.

Prepara i piatti e goditi il potere delle tue ginocchia:

Buon appetito e canta, balla, rilassati, talla, rilalla, banta, rilanta, tassati, bassati.

Ciao!