Gigantoni al ragù di Cthulhu

Si può cucinare qualcosa di buono – ma TANTO buono – e poi non avere le foto che lo dimostrino? In questo mondo in cui o condividi l’immagine sui social oppure non è mai successo, nessuno ci crede, sìvabbeh?

Eh, mi sa che si può. Perché io Cthulhu me lo sono mangiato, signori, ma non ho molti documenti che possano testimoniarlo.

Davvero spiacevole.

Cercheremo di arrangiarci poiché, già l’ho detto, la macchina fotografica è in assistenza.
In questo momento mi ha mandato una cartolina dalla Germania, dice che va tutto ok ma che non tornerà tanto presto. Dice che ha pure visitato il bunker degli ultimi giorni di Hitler (e di Bruno Ganz) e che salsicce e birra sono davvero spettacolari.
Ha detto anche di salutarti tanto tanto.

Lo so, è che non ho voglia di scrivere roba intelligente.

Comunque, problemi di definizione e vapori e roba sfocata che manco coi rullini negli anni ’80 apppparte, qualche piccola indicazione per cucinare il polpo più famoso del mondo posso egualmente fornirtela.
Dove non ci arrivano le immagini, ci arrivano le parole.
E subito partiamo col consueto Pizzakaiju and friends:

O, in questo caso, Pizzakaiju and the Old One.

Difficile sezionare un polpo e non pensare subito agli uomini pesce, a Innsmouth, alle corse a chiudere le porte coi chiavistelli mentre subumani cercano di catturarti per sacrificarti a Dei oscuri e malefici.
Impossibile non tornare alle ore trascorse immaginando ratti dalla faccia umana, quelle cercando di comprendere le architetture senza senso delle abitazioni stregate e quelle in balia dei ghoul parlanti, delle creature volanti. Di quel nastro che ripete incessantemente nomi misteriosi e quasi impronunciabili, poi, vogliamo parlare?

Yuggoth, Great Cthulhu, Tsathoggua, Yog-Sothoth, R’lyeh, Nyarlathotep, Azathoth, Hastur, Yian, Leng, the Lake of Hali, Bethmoora, the Yellow Sign, L’mur-Kathulos, Bran anche the Magnum Innominandum.

So che molti appassionati lovecraftiani stanno avendo una sincope solo leggendo queste righe.

Quindi, per semplice associazione di idee, chiameremo questo piatto Pasta al ragù di Cthulhu, sperando di non fare adirare il Dio per poi essere divorati nel salotto di casa (non prima però di avere divorato, a nostra volta, la causa della nostra dannazione e perdizione).

Ho fregato la ricetta a Luca Pappagallo, garanzia di cena da Pazuzu (che invoco sperando mi difenda in questa eterna lotta tra dei, semidei e demoni).

Go, go, go!

Ti voglio entusiasta.

Per preparare dei gigantoni con ragù di Cthulhu, per due persone, hai bisogno di:

  • 800 grammi di polpo. Se lo hai comprato surgelato, lascialo scongelare in frigorifero: lo metti in frigo, sopra ad un piatto fondo (sennò cola l’acqua ovunque) ed attendi. Ci vorranno minimo 24 ore;
  • 180 grammi di gigantoni;
  • 150 grammi di vino rosso;
  • 20 grammi d’olio;
  • la buccia di un limone o di un lime;
  • prezzemolo a volontà, sia gambi che foglie;
  • peperoncino, fresco o secco a seconda della possibilità:
  • sale, uno spicchio d’aglio;
  • 100 grammi di passata di pomodoro;
  • una carota, una cipolla rossa ed una costa di sedano.

Sappi che ci vorrà almeno un’ora di cottura, quindi preparati per tempo.

Intanto ecco la bestia che dovresti avere tra le mani:

Spero che tu te lo sia fatto pulire dal pescivendolo, perché io non ho intenzione di spiegartelo.
L’unica cosa che posso dirti è che c’è il becco e sta nella parta centrale della testa: lo riconosci perché è una parte dura. La devi togliere, tagliandola via o strappandola con le mani.

Per il resto devi solo tagliare il polpo a pezzetti non troppi piccoli. La parte finale dei tentacoli lasciala intera, poiché è troppo sottile.
Poi, per fare incazzare Cthulhu ancora di più, gioca col cibo e disponi il cadavere del suo simile su un piatto, divertendoti componendo allegri disegni astratti:

Tipo questo.

Scamicia uno spicchio d’aglio e poi schiaccialo.
Recupera pure qualche gambo di prezzemolo.

In una pentola (quella che usi per cucinare il ragù e che abbia un coperchio) versa 20 grammi d’olio e cacciaci dentro aglio e gambi di prezzemolo.

Lasciali sfrigolare cinque minuti, a fiamma medio bassa.
Poi butta dentro il polpo.

Il polpo rilascerà parecchia acqua ed il tuo compito è quello di stare lì, girarlo spesso, ed attendere che si rosoli in ogni sua parte. Il risultato finale deve essere una roba asciutta e bella colorata e ci vorrà del tempo, tipo 30 minuti.
Usa questo tempo per fare un trito col sedano, la carota e la cipolla: un trito grossolano, quindi niente mixer ma solo coltello.

Ricordati di levare la parte esterna del sedano e della carota con un pelapatate.

Dopo 30 minuti (e comunque i tempi non sono scientifici, perché dipende dalla quantità di liquido che l’animalaccio caccerà) il polpo sarà così:

Togli – se li trovi – prezzemolo ed aglio e poi versa 150 grammi di vino rosso, alza la fiamma e lascia evaporare:

Non distrarti in questa fase, sennò bruci tutto.
Devi ottenere una roba con un liquido scarso e densissimo, questa:

Ora versa 100 grammi di passata di pomodoro e tutto il trito di carota, sedano e cipolla:

Adesso sposta la pentola sulla fiamma più piccola che hai, chiudi col coperchio e fai andare fino a quando il polpo sarà morbido. Per quanto? Minimo 30 minuti, ma puoi anche superare l’ora: dipenderà tanto dal polpo.
Ogni tanto aggiungi un po’ d’acqua, poca alla volta, se il liquido di fondo dovesse evaporare. E giralo anche, controllalo, che non vogliamo che si bruci.

In questo tempo trita anche abbondante prezzemolo.
Trita anche un po’ di peperoncino.

Qui avviene l’imbarazzante: non ho una foto del risultato finale, se non per uno scatto del cazzo rubato col cellulare.
Te lo spiego a parole: il risultato sarà un polpo morbido, con un sugo molto rosso ma anche molto molto molto denso. 

Si capisce?

Ogni tanto assaggia e quando il polpo inizia ad essere morbido, metti l’acqua della pasta a bollire.

A fine cottura del polpo, che comunque farai andare a fiamma bassissima fino all’arrivo dei gigantoni, assaggia ed aggiusta di sale.

Tira fuori la pasta 2 minuti prima del tempo indicato sulla confezione, non buttando l’acqua di cottura.
Concludi la preparazione nella pentola, bagnando con l’acqua se occorre. Ed in questa fase aggiungi peperoncino ed abbondante prezzemolo.

Direttamente sui piatti spolvera con altro prezzemolo e grattugia un po’ di buccia di limone (o di lime).

Dovresti avere una roba davanti a te che appare più bella di questa foto di merda:

Che foto di merda.

Ciao e buon appetito!

P.s. Quando tornerà la macchina fotografica scatterò di nuovo le foto di tutte queste ricette sacrificate a Pazuzu. Per ora accontentiamoci.

Crema di patate e carote (+ uomini pesce, ghoul e gattini lovecraftiani)

Innanzitutto vediamo di metterci d’accordo sulla differenza tra l’inserire elementi lovecraftiani in un qualcosa ed essere lovecraftiano in senso più profondo.

Avvisata.

Se mia nonna si fa una fotografia con un polpo in mano – polpo che userà per cucinare un’insalata di mare, quindi nessun animale è stato torturato e maltrattato al fine del divertimento più becero – si può dire che la foto abbia degli elementi lovecraftiani?

Beh, in fin dei conti sì. È zeppo di racconti, film, videogiochi spacciati per lovecraftiani e che poi, se vai a vedere, c’han di Lovecraft giusto un paio di uomini pesce messi a caso. Bene che vada, eh. Basta pensare alla prima stagione di True Detective: tutti a urlare LOVECRAFT! solo perché per sbaglio qualcuno nomina Yellow King (che non è un’invenzione di Lovecraft, ma vaglielo a spiegare).

Quindi sì: mia nonna ha contribuito a rendere grande il mondo scattando l’ennesimo selfie dedicato a H.P.

Grazie, grazie.

Si può dire che la stessa foto sia lovecraftiana in senso più profondo?
Credo che possiamo trovarci d’accordo, per una cazzo di volta senza dibattiti inutili, nel rispondere che no, proprio no, dai no.

Innanzitutto in quella foto mia nonna dovrebbe tenere in mano non un polpo, ma un oggetto casuale. Uno specchio? Un diario? Un pennello? Un bicchiere? Un cubo nero? Non ha importanza. Poi mia nonna di certo non dovrebbe sorridere: la giusta espressione è una faccia piatta indecifrabile, di quelle che precedono l’orrore. Quella di colui che si sta addentrando in qualcosa, ma ancora non sa cosa, sa solo che forse forse forse sarebbe meglio evitare. Lo sguardo di mia nonna, poi, non dovrebbe essere rivolto verso l’obiettivo, ma verso un punto indefinito. Tipo quando si guarda un punto oltre l’orizzonte, distantissimo.
Una foto, insomma, che rappresenta nulla, se non il preludio di qualcos’altro tutto da scoprire.

Se Lovecraft avesse un profilo facebook condividerebbe selfie del genere e tanti gattini.

A me non piace la letteratura, ma di Lovecraft ho letto tutto. Persino le poesie. Mi piace questo senso di morboso mistero che pervade ogni sua riga. Mi piace il fatto che dopo qualche pagina in fin dei conti si sia già rotto le palle di scrivere il racconto che sto leggendo, perché non è che abbia una vera storia da raccontare. Lui è intrigato da quello che viene prima, quello che potrebbe essere, i passi che si fanno verso un qualcosa.
Mostrare la creatura è sempre il passo meno significativo: il vero terrore è ciò che non ha un volto ed una forma. Anzi, il vero terrore è il fatto che il terrore non si possa comunicare. Per questo – almeno per quel che ho sempre decodificato io – inventa nomi assurdi, quasi impossibili da pronunciare.

È indubbio che quasi tutto il cinema di mistero-horror ed anche moltissimi videogiochi si basino sull’opera di Lovecraft, pure quando non lo riconosci. Lovecraft ha inventato praticamente tutto, agli altri è stato lasciato il privilegio di saccheggiarlo, modificarlo, anche migliorarlo.

Forse Lovecraft non ha inventato i Ghoul ma è senz’altro grazie a lui se oggi abbiamo Ghoul non solo mostruosi, ma addirittura amichevoli.

Però siamo sempre lì: mettere degli uomini pesce od avere una teca piena di teste parlanti non basta.
Quelli che sono andati più vicini al rappresentare le atmosfere dello scrittore sono stati Yuzna e Stuart Gordon. Peccato però che si lascino sempre travolgere dalla perversione sessuale, particolare che Lovecraft non ricordo abbia inserito mai da nessuna parte. In questo senso mi sembrano più vicini a Clive Barker.
E comunque si perdono sempre per strada. Dagon e Dreams in the Witch House partono benissimo, per poi allontanarsi dai racconti in maniera inspiegabile.
Stessa cosa per From Beyond: splendido film in toto, ma che abbandona Lovecraft in maniera plateale (un sacco di sangue, un sacco di sesso). In realtà il sesso per Lovecraft è una forma di deformazione dell’animo umano, quindi non è che Yuzna fa una deviazione colpevole, ma non ricordo che lo scrittore sia mai stato esplicito nel mostrarlo.

Donne? Ci sono donne nei racconti di Lovecraft che non siano streghe o zingare?

Persino The Call of Cthulhu e The Whisperer in the Darkness – piuttosto fedeli ai due racconti di riferimento – pur mantenendo quasi intatte le storie di Lovecraft sono carenti nell’atmosfera. Forse è a causa della natura stessa del cinema che composto di immagini fin troppo nitide è semplicemente interdetto nell’accostarsi al mistero – impossibile anche solo da descrivere a parole – su cui si era fissato Lovecraft? Forse.

Tutto questo per arrivare a consigliare un film che mi ha stupito molto nell’ultimo periodo e che mi è rimasto appiccicato addosso, quindi è un peccato che si perda per strada.
Considerando spoiler qualsiasi cosa, dovrei limitarmi a dire che il film in questione si chiama The Endless e che è riuscito finalmente dove tutti gli altri hanno fallito.

La locandina.

Scriverò due righe cercando di non fornire grosse anticipazioni, ma il mio consiglio è di passare direttamente alla ricetta e di tornare qui dopo la visione.

Finalmente, dunque, qualcuno è riuscito a trasformare in immagini il senso di terrore di Lovecraft, inteso come attesa (o sospensione del tempo) che l’orrore si riveli (o venga rivelato).
Lo spaesamento dei protagonisti all’interno di uno scenario inspiegabile è ciò che ogni protagonista di quasi tutti i racconti di Lovecraft prova. Più il mistero si tinge di oscurità e più i personaggi sono attirati dal buio.

Indovina chi ha inventato le teste parlanti di Futurama?

L’autore non cerca di renderci facile la visione, consegnandoci un bignamino pieno di spiegazioni su ogni fotogramma. Lo scenario si incupisce ad ogni passo, per ogni tassello scoperto si aprono nuove domande ed alla fine non se ne uscirà più consapevoli. Anzi, non siamo neppure sicuri di essere usciti davvero dal mistero. E comunque ha forse importanza la salvezza in sé? Una volta che siamo consapevoli dell’esistenza di un Qualcosa tanto terribile quanto affascinante, che va oltre la comprensione umana, di certo il nostro sguardo non sarà più lo stesso. La nostra mente avrà subito una mutazione, quasi un passo evolutivo.
I meno fortunati rimangono intrappolati al di là dello specchio o all’interno della mente, ma anche coloro che riescono ad invecchiare senza subire la follia difficilmente riusciranno a togliersi di dosso l’orrore.

Roba che uno non riesce più manco a mangiare in pace.

Lovecraft ci dice che le cose non sono semplici come appaiono. Che l’antichità ci osserva. Che noi non siamo al vertice della catena alimentare. Che noi non siamo niente.
E The Endless, in qualche maniera e cogliendo un po’ qua ed un po’ là nell’intero immaginare di Lovecraft, cerca di costruire atmosfere, storie e misteri improntati non al mostrare, ma al dimostrare che la nostra è una micragnosa esistenza. Com’è che si dice? Ah, sì: che ci sono più cose in cielo e in terra di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia.

Citazione di Jim Morrison.

Insomma, sai cosa guardarti nel fine settimana.
Ed ora passiamo al cibo: oggi prepariamo una zuppa calda. Senza pistacchi tritati, senza speck croccato, senza tuorli d’uovo sbriciolati. Solo patate e carote e cipolle, con un po’ di sale e senza spezie ed addirittura senza olio.
Ti voglio male? Sono a dieta?
No. È che a volte mi va una roba semplice, che sappia solo di verdure. Le carote sono le mie preferite (con la zucca, dai) e le patate servono per dare una consistenza più papposa.
Quindi Go, go, go! e vedrai che non te ne penti, se te la mangi.

La reazione mangiando questa pappa qui.

Per preparare una crema di patate e carote, per due persone, hai bisogno di:

  • 600 grammi di patate;
  • 600 grammi di carote;
  • una cipolla rossa;
  • sale;
  • acqua.

Pela le patate e le carote. Sciacqua entrambe sotto l’acqua, tagliale a pezzi e poi mettile in una pentola di cui possiedi il coperchio. Taglia anche la cipolla e metti dentro pure lei.
Aggiungi l’acqua: non deve coprire il tutto, tieniti almeno un centimetro sotto il volume complessivo.

Accendi una fiamma alta e chiudi col coperchio. Attendi le bolle e poi abbassa la fiamma: deve sobbollire, non andare a cannone.  Aggiungi anche un po’ di sale.
Fai andare per una quarantina di minuti, il tempo per fare lessare il tutto. Se credi di avere messo troppa acqua a metà cottura togli il coperchio per farla evaporare. La verdura è pronta quando riesci a trapassarla con una forchetta senza fatica.

Trita il tutto con un mixer ad immersione. Devi raggiungere una consistenza molto densa. Questa:

Assaggia ed aggiusta di sale. Se dovessi avere raggiunto un risultato più liquido puoi o mangiartelo così (che tanto sarà buono uguale) oppure rimettere sulla fiamma per fare restringere il tutto.
Senza coperchio, ovviamente.

Prepara le porzioni ed ecco qui la tua cena che, ti assicuro, non sarà triste e ti riempirà pure la panza in maniera spropositata.

Ciao e buon appetito!