Gnocchi con crema di fave (+ tra Tralfamadore e Übermensch)

Quando nella mia vita sono arrivati i Tralfamadoriani e mi hanno spiegato il loro concetto di Tempo, i conflitti che mi assillavano nel mio primo decennio di vita si sono dissolti.

Sì, sto per straparlare, forse ti conviene.

Perché i dejavu mi hanno sempre un po’ destabilizzato e l’idea che il tempo potesse non esistere ce l’avevo in testa pure in seconda elementare. Che poi, non esistere non è esatto. Esisteva, ma non come roba che scorre e va.

Poi arriva Kurt Vonnegut, mi racconta che il tempo è una dimensione, che l’ora è per sempre e che anche il concetto di sempre è un concetto fuorviante ed a me non esplode il cervello, no. Io, finalmente, capisco.

Assecondami per un po’, dai.

Ma era un concetto pur sempre fantascientifico, nella mia testa. Non fantasioso, anche con basi concrete in qualche modo, ma pur sempre fantascientifico. Tipo il teletrasporto di Star Trek.
Possibile, ma astratto. Per ora.

Ignorante come sono, scopro solo in questi giorni che Nietzsche aveva elaborato la sua teoria dell’eterno divenire e che potesse essere persino un pensiero di rottura, sconvolgente e destabilizzante per chi tentasse di comprenderla.
Non so come la vedi tu, ma quando un concetto fantascientifico poppa fuori, nella realtà (quando rompe la quarta parete, insomma), si carica di significato.
Son due giorni che non penso ad altro. Due giorni che ascolto e reinterpreto la live di DuFer a modo mio.
Reinterpreto, perché io sono un asino, ma un asino creativo.

E tutta quella roba del superuomo, quella roba che mi dice che io devo accettare la mia esistenza e diventare quello che sono, è una figata.

Ti vedo confuso.

Il fatto è che sono confusa.
Se il mio tempo questo è e questo sarà per sempre (perché passato, presente e futuro non esistono) e di conseguenza il mio vivere è sostanzialmente scritto, come posso non vivere in rassegnazione?
Accetto quel che sono e non quello che vorrei essere, devo essere all’altezza di me stesso. E quindi compiere scelte etiche per me e non per un volere divino.
Sì, ok. Ma non capisco: cosa mi cambia?
Se il tempo non esiste, le scelte non esistono. Sono esistite una prima volta, ma il concetto stesso di prima volta non sussiste, se il tempo è una dimensione.

Che fico, eh?

Ma anche ammettendo l’esistenza di una prima volta, non è questa in cui io scrivo. Io posso solo accettare ciò che mi arriva senza contrastarlo (per il solito monito del Discorso sulla Montagna, quello del dammi la forza di accettare ciò che non posso cambiare e via dicendo) ed ogni mia scelta, anche se decidessi di compiere il male, non sarebbe una mia vera scelta. Se vivo una vita di stenti e privazioni e la devo accettare, è molto diverso dall’accettare il volere divino? L’oltreuomo che osserva se stesso dall’alto e che con volontà e potere diviene se stesso, diviene veramente se stesso o semplicemente si guarda vivere? Tanto non può essere nulla di diverso da quel che è.

Sono confusa.

Anche te, lo so.

Mentre ci pensiamo è arrivata l’ora di cena ed oggi non si fa spesa perché si svuota il frigo.
Ho trovato degli gnocchi che tra un po’ fanno la muffa, delle fave surgelate, della pancetta affumicata che a giorni sarebbe diventata pappa per Deboroh ed uno scalogno con le radici.
Usiamo tutto.

Go, go, go!

Tutti in cucina!

Per preparare degli gnocchi con crema di fave, per due persone, hai bisogno di:

  • 500 grammi di gnocchi di patate;
  • 60 grammi di pecorino romano grattato a polvere: 40 + 20 (da usare in due momenti diversi);
  • 350 grammi di fave. Se le compri fresche devi moltiplicare il peso per 4. Quindi un chilo e 500 circa e vai sicuro;
  • 60 grammi di pancetta tesa affumicata tagliata a dadini;
  • 10 grammi d’olio;
  • uno scalogno;
  • sale e pepe.

Le premesse fondamentali: avevo fave surgelate che non ti mostrerò perché erano orrende. Però questa stessa ricetta puoi farla con quelle fresche, perché in quel caso devi solo sbaccellarle, senza cuocerle. Il procedimento è lo stesso.

Io avevo in freezer questa merda che ti consiglio di non comprare mai:

Se come me hai sfiga, prepara le fave come c’è scritto sulla confezione.
Poi cacciale in un contenitore e tritale con un po’ d’acqua. Deve venire una crema densa ma non densissima. Ma comunque non menartela troppo, basta che le triti e poi ci pensiamo in padella ad aggiustare la densità.
Assaggia ed aggiusta di sale.

Taglia a dadini la pancetta.
Trita lo scalogno.
Grattugia il pecorino a polvere. 40 grammi li useremo in padella, gli altri 20 sono per spolverare i piatti.

Ora metti l’acqua degli gnocchi a bollire e partiamo.

In padella versa 10 grammi d’olio. Aggiungi pancetta e scalogno.

Fiamma bassa, gira spesso, fai soffriggere tutto finché la pancetta avrà rilasciato il suo grasso, avrà cambiato colore e starà per diventare croccante. Lo scalogno si appassirà e cambierà colore pure lui.
Diverrà tutto abbronzatissimo.

A questo punto versa la crema di fave.

Sempre fiamma bassa, valuta un po’ la densità. Troppo denso? Aggiungi acqua. Possibilmente calda (dalla pentola degli gnocchi). Altrimenti dal rubinetto e la facciamo scaldare in padella. E che sarà mai, su.

Durante questa fase aggiungi 40 grammi di pecorino.

Mescola tutto bene, assaggia. Aggiusta di sale e di pepe.
Dopodiché abbassa la fiamma al minimo ed attendi gli gnocchi. Se si asciuga, bagna comunque sempre tutto con l’acqua.

Caccia dentro gli gnocchi e concludi la preparazione, che consiste nel fare andare il tutto per meno di un minuto, mescolando.
Tieni conto che quando spegnerai la fiamma il tutto si addenserà. Quindi non fare restringere troppo (e nel caso – indovina? – basta che aggiungi un po’ di acqua di cottura degli gnocchi, nostra eterna alleata).

Prepara le porzioni e spolvera ogni piatto con il rimanente pecorino.

Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

Riso al cocco

Vai con la banalità del giorno: l’uomo non nasce con cognizione assoluta di bene o di male. Impara a gestire azioni (e pensieri, anche) nel corso del tempo e limita la propria cattiveria per tentare di inserirsi nella società in cui si trova a vivere. Società che possiede delle regole, delle pene e più in generale delle linee guida comportamentali.
Ma mi sbilancio anche un po’ di più, proclamando la seconda ovvietà di questi fulgido 14 ottobre: secondo me in fin dei conti l’essere umano non nasce buono. Molti di noi hanno fatto esperimenti su animali, da piccoli. Certo, se ti dico che ho sezionato un gatto (COSA CHE NON HO FATTO, sia chiaro) penseresti subito che ho delle turbe mentali. Ma se confesso di aver inondato un formicaio con il tubo dell’acqua, di aver staccato delle ali ad una farfalla, di aver fatto combattere animali piccolissimi in un’arena, per mio divertimento… saresti scandalizzato?
Non credo. Forse alcuni di voi. Forse i vegani.

Un bacio a tutti i vegani che passano di qui. Lo sapete che non ho pregiudizi e per me la pappa è sempre pappa. Era per scherzare.

Per il resto bolleresti la cosa come una cazzata un po’ sadica ed in fin dei conti riusciresti a trovare pure una qualche crescita derivata dai quei comportamenti depravati. Tipo che grazie a quell’esperienza il bambino si rende conto della potenza (fittizia) dell’essere umano contro la natura o apprende la fragilità dell’esistenza e che cazzo ne so.

Detto questo, in sostanza io penso che l’uomo nasca neutro nella migliore delle ipotesi, altrimenti nasce merda.

So che Capitan America non sarebbe d’accordo con me, ma oh.

Poi ci si aggiusta strada facendo, eh. Non è che siamo senza speranza. Però non credo esista un’idea di bene o di male assolute ed inviolabili.
Esempio pratico: ammazzare la gente. Per te e per me è senz’altro sbagliato e parte del nostro rifiuto arriva dal fatto che non vorremmo mai essere ammazzati. In più sappiamo che esistono pene durissime che in fin dei conti ci fanno pensare che non ne varrebbe manco la pena.

Certo, se cercassero di rubarci la pappa la violenza sarebbe giustificata.

Però immaginare qualcuno che non sia d’accordo con noi non è poi un salto mentale incredibile. Ci sarà pure qualcuno, da qualche parte, che pensa intimamente di essere migliore del resto della feccia umana. Ci sarà pure qualcuno, da qualche parte, che valuta l’esistenza di un essere umano e di una formica nella stessa maniera. E questo qualcuno magari non ammazza per questione di quieto vivere. Però ammazzerebbe, se potesse, e senza neppure sentirsi in colpa.
Sociopatici? Forse.

A me lui sembra sempre una personcina per bene. E con una dentatura invidiabile, anche.

Ma ho dei seri dubbi che bollare come malattia mentale qualsiasi cosa che sia contrario al sentire comune ci porterà da qualche parte.
Mi sta benissimo segregare questi soggetti pericolosi (se e quando si palesano, tra l’altro), ma questo non cancella il fatto che esistono e pensano. In una maniera del tutto distante da quella comune. Il bene ed il male per questi individui sono due robe senza valore o totalmente distorte, al massimo.

Tutto questo per arrivare alla vera domanda: se queste persone esistono, che tipo di rapporto hanno col cinema, i videogiochi e tutta la cultura popposa?
Quando guardano Il silenzio degli innocenti sono lì, disperati, che pregano che Bill riesca a realizzare il suo grande sogno di possedere un vestito di pelle umana?

Tifano per il ciccione di The Human Centipede e gioiscono quando il verme umano riesce finalmente a cagare?

Poverino Scream, cercano sempre di fargli male.

E ancora.
Sognano di avere una famiglia come quella di Leatherface? E in fin dei conti tirano un sospiro di sollievo quando Padre Carras crepa? E magari sono profondamente dispiaciuti per il nerd di Jurassic Park, che non è riuscito nel suo intento criminoso e fa una fine tanto ingiusta (niente spoiler, tranquilli)?.

Queste ed altre domande mi vengono in mente, mentre leggo Spinoza e Popcorn di Rick DuFer. Sì, lo so, non è da me parlare di un libro (di filosofia, poi), ma in realtà leggo, ogni tanto. È che mi pesa un po’ il culo scriverne qui sopra.

Anzi, tutto questo scrivere mi ha fatto venire fame. Quindi ricetta.

Non mangiare i dolci prima di cena che ti rovini l’appetito!

Ti propongo un riso al cocco, che ho provato un paio di volte e che al primo esperimento era una roba molto diversa. C’era il pollo, il doppio del curry e pure la polvere di cocco che si usa per i dolci.
Adesso è un piatto più sobrio, più tranquillone e pure più equilibrato al palato.
Forse non ti riempirà tantissimo, ma tanto non è che possiamo sempre scofanarci 5 cinghiali e mezzo, no?
Go, go, go!

La gioia di chi sa che tra poco si mangia.

Per preparare del riso al cocco, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso. Nel mio caso carnaroli, ma credo tu possa usare quello che vuoi.
  • un barattolo da 400 ml di latte di cocco. Quello denso, non quello acquoso. Dopo ti mostro la foto di quello che ho comprato io;
  • uno scalogno;
  • 10 grammi d’olio;
  • 3 grammi di curry.
  • acqua calda.

Metti una pentola di acqua a bollire.

Mentre attendiamo le bolle ti mostro il latte di cocco che ho usato io:

L’acqua bolle? Allora partiamo.

Trita lo scalogno.
Versa 10 grammi di olio in una padella, accendi una fiamma molto bassa e poi aggiungi lo scalogno.

Fai stufare a fiamma molto bassa. Dopo cinque minuti sarà appassito ed avrà questo aspetto:

Bene. Spegni la fiamma che qui ci torniamo dopo.
Dobbiamo cuocere il riso ed è meglio che non ci distraiamo, altrimenti bruciamo tutto.

Versa 300 grammi di latte di cotto in una pentola piccola. Non quella per risotto, per intenderci: ti serve una pentola stretta, in modo da poter cuocere il riso senza usare troppo liquido.

Porta ad ebollizione il latte di cocco usando una fiamma media e poi versa dentro il riso.

Ora ci comporteremo come se stessimo preparando un risotto, coprendo di acqua calda il riso. Appena appena coperto, eh: non dobbiamo fare una minestra. Mano a mano che il liquido evapora o viene assorbito, ne aggiungiamo dell’altro. Usa una fiamma medio bassa, non c’è bisogno che bolla a cannone. 

Più o meno dopo 5 minuti di cottura, caccia dentro anche i 3 grammi di curry.

Mescola bene, aggiungi anche del sale e prosegui la cottura. Usa una fiamma medio bassa per tutta la cottura.
Ricordati che alla fine non dobbiamo avere liquido, ma dobbiamo ottenere un riso pappone. Quindi non esagerare coi liquidi. Fai arrivare il riso a tre minuti prima del tempo indicato sulla confezione.

Quando manca poco versa i rimanenti 100 grammi di latte di cocco nel padellino con lo scalogno. Accendi la sua fiamma (sempre super bassa) e fai amalgamare bene. Appena il latte di cocco inizia a sobbollire significa che è siamo pronti ad unire il riso.

Versa il riso nel padellone con lo scalogno, accendi una fiamma medio bassa e fai amalgamare il tutto. Mescola per tutta la durata dell’operazione.

Concludi la cottura, bagnando ancora con l’acqua calda se servisse liquido.
Insomma, abbiamo preparato un fake risotto, direbbero i ggggiovani.

Prepara le porzioni ed ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!