Mezze maniche tonno e pomodorini

Le nostre vite dovrebbero essere una collezione di gesti gentili regalati da sconosciuti.

Che suona un po’ così, ma insomma.

Appena tornata da un lungo giro tra Roma e Salerno: mangiato tanto e spesso male (perché si sa, Signora Mia, che nei ristoranti la qualità è quel che è), scarpinato più di 60 chilometri e vissuto la meravigliosa Italia del post LockDown.
Roma è vuota, Palinuro è piena.
Metti la mascherina, togli la mascherina.
Metti la mascherina, togli la mascherina.
Metti la mascherina, togli la mascherina.
E di colpo scopri di avere imparato judo, karate e aikido.

Chiamatemi Hawk.

Potrei raccontare di come Roma mi ricordi, ogni fottutissima volta, Gardaland. Mappa alla mano: partiamo dal Colosseo, più avanti i Fori, a sinistra la Piramide, poi laggiù c’è il Pantheon, i Corsari, la Fontana di Trevi ed il Colorado Boat.
Alla casa di Prezzemolo ci andiamo per ultima perché non ci interessa, intanto facciamoci una foto coi gladiatori finti, saliamo i gradini dell’Altare della Patria e poi all’ora di pranzo andiamo sulle Montagne Russe che tanto saremo gli unici.

Inquietudine.

Oppure potrei parlare di Carbonara e Cacio e Pepe e pasta con la pajata. Anche se poi si finirebbe a farsi tanti pat-pat, perché ogni volta che esco fuori a mangiare mi rendo conto di quanto sia brava a cucinare.
Stupendomi, perché mi sento incapace.
E invece.
E invece c’è sempre chi sta peggio, basta pensare all’ippopotamo morto nella discarica.

Citando il migliore per passare ad un altro argomento.

Comunque, andando in giro casualmente e casualmente incontrando e parlando in città vuote, la cosa che più mi è piaciuta è stato un paio di scambi con sconosciuti che non si sono manco presentati. Persone che han deciso di intromettersi in conversazioni, raccontando aneddoti e poi via, ciao, non ci si vedrà mai più.
Mi piace questa cosa del non ci si vedrà mai più.
Mi piace che la signora vecchissima si preoccupi della mia incolumità e dica Vieni qui, più indietro, che le macchine qua fan la curva. C’ha l’ansia, la vecchina. Così tu fai due passi indietro, la ringrazi, attendi il verde. Il semaforo scatta e non vi vedrete più, quel che rimane è un atto gentile da parte d’uno sconosciuto che ha condiviso con te quei 4 minuti di esistenza.

#the simpsons from Movies and Chill

Come ho immaginato la vecchina.

Tutto, fuorché indifferenza.
Davanti ad una delle attrazioni archeologiche di Roma c’era una tipa accasciata a terra. Posa innaturale, sembrava che non respirasse, era pure piena di mosche. Viva o morta? Non sapevamo bene come comportarci, poi vediamo dei militari e decidiamo di andare a parlare con loro per avvisarli. Mentre stiamo lì un po’ angosciati, mentre prendiamo questa decisione, arriva una famiglia di stronzi.
Ci sono i fori romani, la famiglia di stronzi deve farsi il selfie. Con due bambini piccoli (ma non così piccoli da non notare un possibile cadavere). Un selfie con sito storico e presunto cadavere.
Noi sconvolti.
Poi ok, la tipa non era morta e i militari ci han detto che era tutto normale pure se non era normale per niente, però dai. Possibile che ci sia così poca empatia da trovare panoramico un barbone stecchito a terra?
Per un attimo mi sono venute in mente quelle fotografie terrificanti dei bianchi sorridenti davanti ai linciaggi, nei primi del 1900. Però almeno i linciaggi li avevano compiuti loro: assurdamente fieri dell’essere schifosi, ma se non altro ciò era riconducibile ad una precisa volontà di fare schifo.

Il trio sorridente sulla sinistra e il tipo che indica. Che cazzo devo commentare?

Mai capirò come si possa reagire in quella maniera, pur con tutte le possibili attenuanti sociali: per quanto i neri potessero non essere considerate persone, non credo sia una reazione normale ridere di fronte a qualcuno simile a te che viene ammazzato, linciato, impiccato, bruciato vivo.  Se non altro per appartenenza alla stessa specie. Non riesco a calarmi in nessun modo nelle (non) reazioni emotive di chi si diverte davanti al massacro di un proprio simile.
Voglio dire, io rimango sconvolta da molto meno: ricordo ancora quando Palline è finito sotto una macchina davanti ai miei occhi, il silenzio assordante del momento in cui le ruote lo han schiacciato. Poi Palline si è pure rialzato ed è corso via (ha perso solo la coda) e Palline è un gatto.
Credo che se assistessi ad un linciaggio di un essere umano rimarrei traumatizzata per sempre.

Google ce l’hai anche tu, comunque Jess Washington è stato massacrato, mutilato e bruciato vivo. E mica solo bruciato vivo: no, han cercato di tenerlo in vita più possibile, così che il divertimento durasse più a lungo e lui soffrisse di più.
Due ore di bruciatura, pare, secondo gli archivi storici.
Subito dopo grande festa, balli in allegria a cui han partecipato tutti, pure i bambini. Tante foto scattate che poi divennero cartoline. Se vuoi vederne alcune, puoi cliccare qui e leggerti pure le edificantissime storie di torture che hanno portato a quelle immagini. 
Che culo, eh?

Non sto mica parlando di seimila anni fa. Correva l’anno 1916. Alcune di queste vicende avvengono persino decenni dopo. L’altro ieri, orkodio.
Chi è che comprerebbe una cartolina con dei cadaveri?
Chi è che ballerebbe e canterebbe in una festa di linciaggio?
Ah boh. A quanto pare in parecchi.

#prepare to be scared from 10-31

Altro che film horror.

Lo so, ti sembra un po’ un saltone.
Eppure la famiglia felice che non si accorge del (non) cadavere a terra e si fa la foto ricordo davanti mi ha provocato lo stesso orrore. Non hanno proprio VISTO quella persona. Quella persona semplicemente non esisteva.
Né i genitori, né i bambini.
Quella persona era una testimonianza ingombrante di malessere. Non credevo potesse essere possibile non notarla. Eppure.

Mi viene inoltre da pensare che la gente non è che cambi troppo, in un secolo. Se durante il lockdown i peggiori di noi han iniziato a rassomigliare ai delatori dei tempi del fascismo (perché siam sempre quelli lì, inutile che ci giriamo intorno), perché dovrei pensare che per gli americani sia diverso? Chissà quanti si riverserebbero nelle strade armati di torce e forconi, a dispensare morte perché si può.

Lo so, ci si è chiuso lo stomaco.
Però la ricetta te la do lo stesso e magari la preparerai per quando Zio Cleto (di cui ti ho parlato qui) esordirà con qualche suo meraviglioso discorso su quanto i Negri ci portano via il lavoro urlando, con estrema saggezza, PRIMA GLI ITALIANI (seguito da un generico Andrà tutto bene, naturalmente).

Ah, facciamo una stupida pasta tonno e pomodorini perché ultimamente il tonno in scatola è uno dei miei cibi preferiti, a sorpresa.

Go, go, go!

#Neon Genesis Evangelion from Kinasin Land

Lo so, non è un andare in cucina in allegria.

Per preparare delle mezze maniche con tonno e pomodorini, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di mezze maniche (o altra pasta corta);
  • 400 grammi di pomodorini. Datterini o comunque dolci;
  • 200 grammi di tonno. Io ormai mi sono convertita al Callipo sottolio e non credo cambierò più;
  • 20 grammi d’olio;
  • uno spicchio d’aglio;
  • peperoncino;
  • prezzemolo;
  • sale.

Prepariamo gli ingredienti e intanto mettiamo l’acqua a bollire.

Trita l’aglio ed il peperoncino.
Fai sgocciolare il tonno dal suo olio: lo metti in un colino, fai andare via tutto l’unto (o almeno il più possibile).

Lava i pomodorini, poi tagliali a metà oppure in 4, se sono grandi.
Se sono grandi, taglia pure la testa: potrebbero esserci vermetti e comunque le teste sono un po’ più dure del resto.

Trita il prezzemolo.

L’acqua bolle? Partiamo.
In padella versa i 20 grammi d’olio ed appena sono caldi caccia dentro aglio e peperoncino.

Appena l’aglio è colorato butta dentro anche i pomodorini.

Puoi buttare la pasta, abbiam quasi finito.
I pomodorini infatti non devono fare un sugo, ma essere appena appena scottati. Fiamma alta, dovranno rilasciare un po’ di liquido, ammorbidirsi un po’ ma non disfarsi del tutto.
Ci vorranno 5 minuti, 8 quando proprio son lenti. A fine operazione aggiungi il sale, spegni e attendi la pasta.

Scola la pasta un minuto prima del tempo indicato sulla confezione. senza buttare la sua acqua. Versala in padella (che deve essere calda, quindi riaccendi la fiamma un minuto prima del suo arrivo) e fai saltare, mescolando di continuo ed aggiungendo acqua se occorre.

Solo a fiamma spenta unisci anche il tonno.
Mescola bene.

Prepara le porzioni e su ogni piatto caccia un po’ di prezzemolo tritato.
Davanti a te dovresti avere una roba del genere:

Ciao e buon appetito!

Penne con crema di peperoni

C’è un certo rilassamento nel pensiero che sì, è vero, eravamo deficienti, ma per quanto fosse anche colpa  nostra (perché la responsabilità è duplice) in fin dei conti quello che stava accadendo era una truffa su larga scala. Ci stavano fregando: i soldi, la gioia, la serenità mentale. Ci spacciavano benessere di finzione in cambio di una soddisfazione materiale estemporanea: una macchina nuova, il frullatore, le scarpe, la lavatrice.

#gameboy from Rewind the 80's-90's

Il nuovo GameBoy

Però era la tv a vendercele, sforzandosi tantissimo di convincerci delle robe che oggi sono trite e ritrite: con questo dopobarba scoperai di più, con questa farina sfornerai delle torte che manco Nonna Papera, con questo giocattolo i tuoi compagni di classe non ti infileranno più la testa nel cesso.

E noi ad accumulare oggetti. È un noi impersonale, è un noi che racchiude mio padre, mia madre, un noi che parte da quella generazione di quasi trentenni che negli anni ottanta ha scoperto la ricchezza spicciola. Si facevano le vasche nei centri commerciali spendendo tutto lo spendibile e quando si tornava a casa con il pollo arrosto industriale, le patatine fritte industriali, le focaccelle industriali, il Gesù Cristo Industriale ci si sentiva arrivati, appagati, falsamente felici. Portafoglio vuoto, anima vuota, salotto e frigorifero pieno.

#dawn of the dead from That's some bad hat Harry

A camminare tutti cos’.

Stamattina YouTube ha deciso che siccome è un periodo da Sunset Boulevard, dovevo per forza ricordarmi di Berardi. Che poi non l’ho mica dimenticato: non c’è settimana in cui quel cazzo di monologo dello Tsunami mi attanagli. Dopo tanti anni quel monologo di pochi minuti mi apre voragini, mi crea scompensi, mi spinge a muovermi senza conoscere una direzione. Ad ogni ascolto mi sembra di avere colto l’essenziale. Poi però continuo a trottolare, a sbattere i mignoli sugli spigoli, continuo ad esistere in una realtà troppo stretta per riuscire a farmi uscire il proverbiale barbarico YAWP che tutti noi dovremmo urlare prima che la fine ci raggiunga.
Quindi non l’ho capito, quel monologo. Continuo a non capirlo. Tanti anni e non capisco ancora un cazzo.

Sì, sono un genio.

Risentendo un paio d’ore di pensieri sparsi di Bifo, subito mi riconosco in un plagio eclatante. Non parlo come Bifo, non penso come Bifo, non mi atteggio come Bifo. Eppure è EVIDENTE in me la volontà involontaria di emulazione. Indubbio che abbia plasmato molto del mio modo di vedere il mondo, di annusarlo, del mio modo di ricondurre tutto – dal movimento terrestre impercettibile ai nostri sensi al mio uso selvaggio di parentesi ed incisi – alla soggettività più soggettiva. Tutto è viaggio atteso, tutto è Godot. Tutto è una narrazione epica, un’Odissea del niente dove il semplice inforcare la bicicletta per andare al supermercato muta in iperbole spesso anche un po’ forzata.

#marveledit from gorgeous, yet functional

Lo so, ti capisco, è un post un po’ impegnativo e faticoso.

Le more del gelso sono il mio loto, le spiagge invernali (apocalittiche ed inospitali) sono terra di Lestrigoni ed io un Ulisse che raccatta persino l’epica altrui, incapace di costruirne una propria. Quello Tsunami minaccia, sempre. Ed io non so che cazzo farmene, di questa consapevolezza.

A volte penso di essere affetta da una strana forma di alessitimia (sì, sto citando Bifo) che pervade tutto il mio vivere quotidiano. La vita scorre, io me ne accorgo, ma pare non esserci una vera presa di coscienza, un vero raccogliere le forze per un’azione propositiva qualsiasi. Ho superato pure l’apatia, è come se tutto accadesse a qualcun altro.

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Incapace di prendere decisioni semplici e intanto il tempo scorre.

E mi stupisco ad ascoltare, ora come allora, totalmente assorbita le parole di Bifo su (quasi) ogni argomento. Ritrovo le origini di molte mie idee, di molta mia poetica, di molta mia insoddisfazione. Berardi è quello che mi ha rivelato il mondo per quel che è: molto meno orrendo di come lo percepissi in partenza, più pieno di possibilità da evocare ma altrettanto colmo di ostacoli che renda  quelle possibilità concretizzabili.
Il cambiamento è il motore del pensiero di base. Cambiamento del singolo, certo, ma per forza pure collettivo.

Così in questo video qui si mette a parlare della potenza del desiderio come forma distruttiva. Un video del 2010, un’epoca con ancora i social network agli albori, in cui ancora non (mi-ti) ci (si) drogavamo di condivisione selvaggia.
Non sto facendo la morale: tu sai il numero delle volte in cui vado al cesso, sono colpevole quanto te di questo comunicare tutto a tutti, con filtri più o meno evidenti. Ed è ai filtri che volevo arrivare: poiché tutti, oggi, vendiamo tappeti.

#one punch man from Animation is beautiful

Sì, di nuovo questa analogia.

Ti trascrivo parte del monologo di Berardi:

“Il desiderio non è soltanto una forza liberatoria, il desiderio può essere anche una trappola. Il desiderio è un campo, non una forza. Ed è un campo sul quale si scontrano tensioni, pulsioni, modi di essere fra loro molto differenti.

Il desiderio invece di essere espressione di una soggettività che si afferma, che si espande, che si rende più solidale, più forte, diventa un flusso che penetra all’interno del campo sociale che lo inquina, che lo trasforma nel contrario del desiderio medesimo. E si trasforma per l’appunto in desiderio di morte.

La pubblicità ci induce a diventare gli assassini di noi stessi, ci induce a diventare trappole per noi stessi perché in realtà la ricchezza non è affatto avere, la ricchezza non ha nulla a che fare con l’avere. LA RICCHEZZA È LA CAPACITÀ DI ESSERE NEL TEMPO.
Ricchezza non è accumulare in un frigorifero che tanto non potremo mai aprire, una massa sterminata di formaggi che non potremo mai mangiare.

#filmedit from FOR IN THAT SLEEP OF DEATH WHAT DREAMS MAY COME 💫

La ricchezza per noi è una bella grigliata al tramonto.

Mi fermo su questo paragone mangereccio, che siam pur sempre in un blog di cucina, se non ti parlo di ciccia poi tu mica mi ascolti più.

E come dicevo all’inizio, c’è un certo rilassamento nel pensiero che sì, è vero, eravamo deficienti, ma per quanto fosse anche colpa  nostra (perché la responsabilità è duplice) in fin dei conti quello che stava accadendo era una truffa su larga scala.
Adesso non è più così. Adesso ci passiamo l’uno con gli altri e nemmeno tanto sottobanco quanto sia speciale la nostra normalità. Le storie e i post di Instagram sono l’apoteosi di un’ostentazione di una realtà edulcorata: una vetrina di momenti non momenti e quei momenti sono anche un monumento del vacuo. Perché fa sempre riflettere l’esigenza di impegnare tante energie solo per apparire ad un altro che non è nemmeno l’Altro: non è il soggetto dei nostri desideri e pulsioni, è piuttosto un utente senza faccia-corpo-essenza su cui vogliamo lo stesso fare colpo. La sua invidia, pure silente, è la nostra soddisfazione.

#mortal kombat from 希望

Ho quasi finito, stai calmo.

Ciò che differenzia questo venderci tappeti dalla truffa di cui sopra non è solo l’origine, non è solo l’imitazione di una pubblicità che – arrivando da noi – sembra più vera e tangibile. No, ciò che differenzia l’ieri dall’oggi è che persino quelli come me – quelli che la tv non l’han mai guardata, che piuttosto di avere un capo firmato sarebbero usciti in mutande – persino quelli come me, dicevo, ci son cascati.
Magari in una versione trasfigurata e distorta, ma ci son cascati lo stesso.
Prendi me, l’esempio che conosco meglio. Il mio mostrare appositamente una cucina lercia (a volte sporcandola di più prima di accendere la fotocamera), di mostrare i lati più grezzi della mia persona (un rutto, una muffa, una bestemmia), questo mio girare video fatti male tagliando parole a metà e spesso con immagini volutamente antiestetiche e storte… non è forse una risposta a 30 anni di spot pubblicitari e trasmissioni tv?

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Sì, hai capito bene, a volte sporco la cucina apposta.

Ho uno standard da cui voglio allontanarmi, da cui voglio distanziarmi, su cui voglio sputare sopra. Ma pur sempre da uno standard parto.
Mi domando se riuscirò mai a esprimere per davvero la mia soggettività, se capirò chi sono, cosa voglio, dove sto andando e perché.
Oltre a essere CONTRO, a ribellarmi ai modelli costituiti.
Sì, non sono una casalinga con le unghie laccate, che alza le bottigline d’acqua perché si allena a casa gridando ANDRA’ TUTTO BENE, che cucina per il maritino che si lecca i baffi e che non distingue Garibaldi da Giuseppe Verdi o da Marco Polo.

Ma che me ne faccio?
Perché vendo tappeti?

Ho capito, preferiresti la tortura a questo mio scrivere.

Sì, è la domanda di questo rutilante 2020.

Ed ora mangiamo: pasta con crema di peperoni.
Da sensei Bifo a Sensei Pappagallo, perché tanto io non sono io (e un evento poi non è)

Go, go, go!

Per preparare delle penne con crema di peperoni, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di penne;
  • 500 grammi di peperoni, misto di gialli e rossi (peso preso dopo la pulizia);
  • una cipolla;
  • basilico;
  • 70 grammi di panna fresca da cucina (quella non zuccherata, ovviamente);
  • 40 grammi totali di ricotta salata affumicata;
  • 30 grammi d’olio;
  • 2 spicchi d’aglio.

Trita la cipolla.
Taglia a pezzetti i peperoni. Più piccoli saranno e meno impiegheranno a cuocere.
Togli la camicia agli spicchi d’aglio.

Grattugia la ricotta salata e metti l’acqua della pasta a bollire.

Versa 30 grammi d’olio in padella e fai soffriggere la cipolla e l’aglio.

Dopo qualche minuto, quando la cipolla inizierà ad essere morbida, aggiungi i peperoni.

Aggiungi il sale, il basilico, chiudi col coperchio e fai andare finché saranno morbidi. Ogni tanto gira (insomma, non te li dimenticare lì) e se occorre aggiungi acqua calda.

Appena sono morbidi, togli l’aglio e caccia tutto nel boccale in cui puoi usare il mixer ad immersione.
Trita tutto, aggiungendo ulteriore basilico, sale se occorre e 70 grammi di panna.

Otterrai una crema liscia che puoi ributtare in padella. E se non è abbastanza cremosa, aggiungi acqua calda.

Accendi una fiamma bassa, attendi la pasta che devi scolare un paio di minuti prima del tempo indicato sulla confezione.

Butta pure lei in padella e concludi lì la cottura, mescolando ed aggiungendo acqua se occorre.
A fiamma spenta caccia dentro 20 grammi di ricotta salata.

Mescola bene e prepara le porzioni, spolverando ancora con altra ricotta salata.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

Pesto (o crema) di noci.

Ho iniziato a fare palestra 5 anni fa. Pesavo 49 chili, 49 chili di budino informe.
Stamattina mi peso sulla bilancia ed il numero del terrore è apparso: 54. CINQUANTAQUATTRO.

#star trek from GIANTMONSTER

Lo so che hai la tentazione di darmi fuoco, parlo sempre delle stesse robe.

Avrei voluto parlare di questo, dell’ennesima lotta tra peso e forma fisica, della differenza abissale tra grasso e muscoli.
Nelle ultime 2 settimane sono passata da fare 30 push up a farne 150. Da 4 trazioni di seguito a farne 6. Una mattina ho fatto persino 50 trazioni, con riposi da 20 secondi ogni 4.

Diciamo che ci sta che io sia cresciuta.

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la mia reazione quando ho fatto 6 trazioni di seguito.

Avrei voluto parlare di questo. Ne avrei da dire. Del sudore, della fatica, della gioia, dell’esaltazione che provo mentre mi alleno. Pure se è tutto per la gloria, che a me manco la medaglia di Chewbecca danno. Sono da sola, nel mio cortile, salto e mi ammazzo, senza obiettivi, senza gare in vista.

Invece no. Invece voglio parlare di quello che mi succede DAVVERO o almeno provarci.
Perché non ne posso più di vivere in questa solitudine quasi colpevole, di dover render conto di ogni sorriso, di ogni cambio d’umore, di ogni respiro. Sono io solo quando sto con me. Forse per questo mi piace l’alba, mi piace allenarmi, mi piace stare immersa nella mia musica e non sentire niente.

Non devo dare spiegazioni per come mi sento.
Né quando sono depressa.
Né quando sono felice.

#woody woodpecker from Tales from Weirdland

Né quando sono idiota.

Faccio tutto da sola, ho alti altissimi e bassi non troppo devastanti e me li gestisco da me.

Poi gradualmente il mondo si sveglia e si svegliano pure le emozioni al di fuori di me, quelle che non posso in alcun modo controllare.

Solo che non mi interessa più controllarle.
Per troppo tempo ho lasciato andare. Sono stata trattata malissimo, ignorata, calpestata. Oggi questo non mi sta più bene e sto cercando di uscire da un oblio di dipendenza rinchiuso in un loop di follia.
Non ho progetti, né aspettative.
Ho desideri, ma quasi impalpabili. Se il Genio venisse a chiedermi che voglio, sarebbe difficile esprimere COSA. Ho solo sensazioni nuove, curiosità nuove, non una finalità.

Quanto cazzo mi è piaciuto questo film!

Ho vissuto di finalità per quasi 40 anni, vestendo gli stessi panni con persone diverse. Oggi quegli abiti sono lisi e comunque non ci entro più: peso 54 chili, ho due spalle tante, sembro Hulk in quei vestiti lì.

Scriverei la cronaca degli ultimi 15 anni, se solo li ritenessi interessanti. Ma sono dietro di me, non so che farmene dei racconti, preferisco stare nel qui ed ora.
Nel qui ed ora ho poco e la mia esistenza è più virtuale che fisica. Nel mondo vero, dopo lo sport, mi limito a stare sul balcone a scrivere parole per nessuno. Per me. Per L. quando ha voglia di passare. Per i passanti no, i passanti leggono, i passanti passano, i passanti, cosa vuoi che ne sappiano.

A volte mi viene in mente la lettera di Martino, in Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Quello per me è stato un libro dell’anima, parlava di quello che sentivo allora, a 14 anni. Quella lettera, io, l’avevo imparata a memoria. E dunque Martino, prima di ammazzarsi, scrive una lunga lettera ad Alex. In quelle righe, nonostante ci sia il DEFINITIVO epilogo, Alex ne ha di vita. Vuole prendere la bici, vuole mangiarsi un gelato (lo vuole alle amarene, ha persino già scelto il gusto). Alex di voglia di esistere ne ha. È il mondo che è intollerabile.

#resident evil from In the middle of nowhere

un mondo da prendere per la gola e sbattere a terra. Se solo si potesse.

Tempo fa (tanto tempo fa) una persona che conoscevo mi ha detto cose abbastanza terribili. In parte non lo erano, terribili, ma in parte sì. Mi diceva che dovevo continuare a scrivere, che prima o poi se avessi smesso sarei diventata come tutti gli altri. Che avrei messo su famiglia, che avrei fatto figli, che avrei passato la vita a cucinare. Mi domandavo cosa ci sarebbe stato di male, nel caso, e all’epoca mi sembrava pure del tutto gratuito e fantascientifico. Famiglia e figli non li volevo (né li vorrò mai) e cucinare… beh, non sapevo manco fare il caffè. Quindi a che razza di spettacolo futuro stava assistendo e con chi stava parlando? Non con me.

#Filmedit from Classichorrorblog

No,  non mi chiamo manco Ricky.

L’altra cosa, quella sì che è terribile. Mi ha detto che aveva un’amica, un tempo, un’amica come me. Che quella sua amica si era ammazzata. Quasi un monito, del tipo ATTENZIONE.
Perché vedesse materiale di suicidio, in me, mai capito.

Ci ho pensato tanto al suicidio come idea astratta. Penso che il suicidio sia una strada come un’altra, da scegliere però con consapevolezza estrema (grazie al cazzo, aggiungerei). Non per disperazione, bensì per analisi. Quando la vita sarà troppo dura, quella è la carta che giocherò ed ho scoperto di non essere la sola a pensarla così, che Seneca la pensava uguale. Non è opportuno, lo sai, conservare la vita in ogni caso; essa infatti non è di per sé un bene; lo è, invece, vivere come si deve.

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In caso di necessità…

Seneca alla fine si è ammazzato. Per scelta o per obbligo, però, ancora non mi è chiaro.

Mi piacerebbe incontrare qualcuno, prima della fine dei miei giorni (fine per scelta o per obbligo) che mi veda per come sono, mi capisca per come sono e non mi vesta di altro. Non veda in me né la meraviglia estrema né la merda intollerabile.

#Urusei Yatsura from Kinasin Land

Basta con l’amore e odio.

Alice per quel che è.

Ed ora, pesto (o crema) di noci.

Pesto di noci come cazzo lo volevo fare IO, non come lo potrai mai vedere nei libri di cucina antichi, magari liguri, visto che il pesto arriva da lì.
Era buono? Sì.
Quindi go, go, go!

In cucina!

Per preparare un pesto-crema di noci, sufficienti per condire tagliatelle per due, hai bisogno di:

  • 100 grammi di noci sgusciate;
  • 20 grammi di latte;
  • acqua in abbondanza;
  • 1 grammo di aglio. Sì, davvero, un grammo;
  • 20 grammi di parmigiano;
  • sale;

Per le tagliatelle basta che vai in questo post qui.

La parte più lunga del preparare il pesto di noci è sgusciare le noci.
Buon divertimento.

Ora ti serve un mixer.
Cacci le noci lì dentro e cominci a tritare.
Se hai un mixer poco potente, non surriscaldarlo: fai andare per 30 secondi, poi apri e sposti col cucchiaio il composto ottenuto. Poi fai ripartire il mixer.
Mai più di 30 secondi alla volta, segnatelo come regola, se hai un mixer del cazzo.

Raggiunta la polvere lì sopra, aggiungi i 20 grammi di latte. Così gli diamo un colore bianco, confesso di averlo messo solo per questo. Aziona il mixer.

Metti dentro anche i 20 grammi di parmigiano grattugiato a polvere e l’aglio. Libera di aumentare le dosi, tutto va a tuo gusto. 

Aggiungi anche un po’ di acqua. Quanta? Valuta tu. Poca per volta, devi raggiungere una crema.

Assaggia, aggiusta di sale e poi riversa il pesto-crema in una ciotola abbastanza grande da contenere la pasta.

Scola la pasta (se hai fatto le tagliatelle, ricordati che in 30 secondi sono belle che pronte) e cacciala nella ciotola. Non buttare la sua acqua, potrebbe servirti.

Mescola bene con una pinza e valuta la cremosità: se fosse poco fluido, vai di acqua.

Prepara le porzioni.

Ah, se nella ciotola si seccasse tutto, l’acqua puoi sempre aggiungerla pure un secondo prima di impiattare. Lo so che viviamo nel magico mondo delle foto per Instagram, per il blog, per il mondo… e poi la roba si ammappa.

Nei piatti, ecco cosa dovresti avere:

E pure la forchettata, perché è bella:

Ciao e buon appetito!