Gnocchi con crema di fave (+ tra Tralfamadore e Übermensch)

Quando nella mia vita sono arrivati i Tralfamadoriani e mi hanno spiegato il loro concetto di Tempo, i conflitti che mi assillavano nel mio primo decennio di vita si sono dissolti.

Sì, sto per straparlare, forse ti conviene.

Perché i dejavu mi hanno sempre un po’ destabilizzato e l’idea che il tempo potesse non esistere ce l’avevo in testa pure in seconda elementare. Che poi, non esistere non è esatto. Esisteva, ma non come roba che scorre e va.

Poi arriva Kurt Vonnegut, mi racconta che il tempo è una dimensione, che l’ora è per sempre e che anche il concetto di sempre è un concetto fuorviante ed a me non esplode il cervello, no. Io, finalmente, capisco.

Assecondami per un po’, dai.

Ma era un concetto pur sempre fantascientifico, nella mia testa. Non fantasioso, anche con basi concrete in qualche modo, ma pur sempre fantascientifico. Tipo il teletrasporto di Star Trek.
Possibile, ma astratto. Per ora.

Ignorante come sono, scopro solo in questi giorni che Nietzsche aveva elaborato la sua teoria dell’eterno divenire e che potesse essere persino un pensiero di rottura, sconvolgente e destabilizzante per chi tentasse di comprenderla.
Non so come la vedi tu, ma quando un concetto fantascientifico poppa fuori, nella realtà (quando rompe la quarta parete, insomma), si carica di significato.
Son due giorni che non penso ad altro. Due giorni che ascolto e reinterpreto la live di DuFer a modo mio.
Reinterpreto, perché io sono un asino, ma un asino creativo.

E tutta quella roba del superuomo, quella roba che mi dice che io devo accettare la mia esistenza e diventare quello che sono, è una figata.

Ti vedo confuso.

Il fatto è che sono confusa.
Se il mio tempo questo è e questo sarà per sempre (perché passato, presente e futuro non esistono) e di conseguenza il mio vivere è sostanzialmente scritto, come posso non vivere in rassegnazione?
Accetto quel che sono e non quello che vorrei essere, devo essere all’altezza di me stesso. E quindi compiere scelte etiche per me e non per un volere divino.
Sì, ok. Ma non capisco: cosa mi cambia?
Se il tempo non esiste, le scelte non esistono. Sono esistite una prima volta, ma il concetto stesso di prima volta non sussiste, se il tempo è una dimensione.

Che fico, eh?

Ma anche ammettendo l’esistenza di una prima volta, non è questa in cui io scrivo. Io posso solo accettare ciò che mi arriva senza contrastarlo (per il solito monito del Discorso sulla Montagna, quello del dammi la forza di accettare ciò che non posso cambiare e via dicendo) ed ogni mia scelta, anche se decidessi di compiere il male, non sarebbe una mia vera scelta. Se vivo una vita di stenti e privazioni e la devo accettare, è molto diverso dall’accettare il volere divino? L’oltreuomo che osserva se stesso dall’alto e che con volontà e potere diviene se stesso, diviene veramente se stesso o semplicemente si guarda vivere? Tanto non può essere nulla di diverso da quel che è.

Sono confusa.

Anche te, lo so.

Mentre ci pensiamo è arrivata l’ora di cena ed oggi non si fa spesa perché si svuota il frigo.
Ho trovato degli gnocchi che tra un po’ fanno la muffa, delle fave surgelate, della pancetta affumicata che a giorni sarebbe diventata pappa per Deboroh ed uno scalogno con le radici.
Usiamo tutto.

Go, go, go!

Tutti in cucina!

Per preparare degli gnocchi con crema di fave, per due persone, hai bisogno di:

  • 500 grammi di gnocchi di patate;
  • 60 grammi di pecorino romano grattato a polvere: 40 + 20 (da usare in due momenti diversi);
  • 350 grammi di fave. Se le compri fresche devi moltiplicare il peso per 4. Quindi un chilo e 500 circa e vai sicuro;
  • 60 grammi di pancetta tesa affumicata tagliata a dadini;
  • 10 grammi d’olio;
  • uno scalogno;
  • sale e pepe.

Le premesse fondamentali: avevo fave surgelate che non ti mostrerò perché erano orrende. Però questa stessa ricetta puoi farla con quelle fresche, perché in quel caso devi solo sbaccellarle, senza cuocerle. Il procedimento è lo stesso.

Io avevo in freezer questa merda che ti consiglio di non comprare mai:

Se come me hai sfiga, prepara le fave come c’è scritto sulla confezione.
Poi cacciale in un contenitore e tritale con un po’ d’acqua. Deve venire una crema densa ma non densissima. Ma comunque non menartela troppo, basta che le triti e poi ci pensiamo in padella ad aggiustare la densità.
Assaggia ed aggiusta di sale.

Taglia a dadini la pancetta.
Trita lo scalogno.
Grattugia il pecorino a polvere. 40 grammi li useremo in padella, gli altri 20 sono per spolverare i piatti.

Ora metti l’acqua degli gnocchi a bollire e partiamo.

In padella versa 10 grammi d’olio. Aggiungi pancetta e scalogno.

Fiamma bassa, gira spesso, fai soffriggere tutto finché la pancetta avrà rilasciato il suo grasso, avrà cambiato colore e starà per diventare croccante. Lo scalogno si appassirà e cambierà colore pure lui.
Diverrà tutto abbronzatissimo.

A questo punto versa la crema di fave.

Sempre fiamma bassa, valuta un po’ la densità. Troppo denso? Aggiungi acqua. Possibilmente calda (dalla pentola degli gnocchi). Altrimenti dal rubinetto e la facciamo scaldare in padella. E che sarà mai, su.

Durante questa fase aggiungi 40 grammi di pecorino.

Mescola tutto bene, assaggia. Aggiusta di sale e di pepe.
Dopodiché abbassa la fiamma al minimo ed attendi gli gnocchi. Se si asciuga, bagna comunque sempre tutto con l’acqua.

Caccia dentro gli gnocchi e concludi la preparazione, che consiste nel fare andare il tutto per meno di un minuto, mescolando.
Tieni conto che quando spegnerai la fiamma il tutto si addenserà. Quindi non fare restringere troppo (e nel caso – indovina? – basta che aggiungi un po’ di acqua di cottura degli gnocchi, nostra eterna alleata).

Prepara le porzioni e spolvera ogni piatto con il rimanente pecorino.

Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

Riso al cocco

Vai con la banalità del giorno: l’uomo non nasce con cognizione assoluta di bene o di male. Impara a gestire azioni (e pensieri, anche) nel corso del tempo e limita la propria cattiveria per tentare di inserirsi nella società in cui si trova a vivere. Società che possiede delle regole, delle pene e più in generale delle linee guida comportamentali.
Ma mi sbilancio anche un po’ di più, proclamando la seconda ovvietà di questi fulgido 14 ottobre: secondo me in fin dei conti l’essere umano non nasce buono. Molti di noi hanno fatto esperimenti su animali, da piccoli. Certo, se ti dico che ho sezionato un gatto (COSA CHE NON HO FATTO, sia chiaro) penseresti subito che ho delle turbe mentali. Ma se confesso di aver inondato un formicaio con il tubo dell’acqua, di aver staccato delle ali ad una farfalla, di aver fatto combattere animali piccolissimi in un’arena, per mio divertimento… saresti scandalizzato?
Non credo. Forse alcuni di voi. Forse i vegani.

Un bacio a tutti i vegani che passano di qui. Lo sapete che non ho pregiudizi e per me la pappa è sempre pappa. Era per scherzare.

Per il resto bolleresti la cosa come una cazzata un po’ sadica ed in fin dei conti riusciresti a trovare pure una qualche crescita derivata dai quei comportamenti depravati. Tipo che grazie a quell’esperienza il bambino si rende conto della potenza (fittizia) dell’essere umano contro la natura o apprende la fragilità dell’esistenza e che cazzo ne so.

Detto questo, in sostanza io penso che l’uomo nasca neutro nella migliore delle ipotesi, altrimenti nasce merda.

So che Capitan America non sarebbe d’accordo con me, ma oh.

Poi ci si aggiusta strada facendo, eh. Non è che siamo senza speranza. Però non credo esista un’idea di bene o di male assolute ed inviolabili.
Esempio pratico: ammazzare la gente. Per te e per me è senz’altro sbagliato e parte del nostro rifiuto arriva dal fatto che non vorremmo mai essere ammazzati. In più sappiamo che esistono pene durissime che in fin dei conti ci fanno pensare che non ne varrebbe manco la pena.

Certo, se cercassero di rubarci la pappa la violenza sarebbe giustificata.

Però immaginare qualcuno che non sia d’accordo con noi non è poi un salto mentale incredibile. Ci sarà pure qualcuno, da qualche parte, che pensa intimamente di essere migliore del resto della feccia umana. Ci sarà pure qualcuno, da qualche parte, che valuta l’esistenza di un essere umano e di una formica nella stessa maniera. E questo qualcuno magari non ammazza per questione di quieto vivere. Però ammazzerebbe, se potesse, e senza neppure sentirsi in colpa.
Sociopatici? Forse.

A me lui sembra sempre una personcina per bene. E con una dentatura invidiabile, anche.

Ma ho dei seri dubbi che bollare come malattia mentale qualsiasi cosa che sia contrario al sentire comune ci porterà da qualche parte.
Mi sta benissimo segregare questi soggetti pericolosi (se e quando si palesano, tra l’altro), ma questo non cancella il fatto che esistono e pensano. In una maniera del tutto distante da quella comune. Il bene ed il male per questi individui sono due robe senza valore o totalmente distorte, al massimo.

Tutto questo per arrivare alla vera domanda: se queste persone esistono, che tipo di rapporto hanno col cinema, i videogiochi e tutta la cultura popposa?
Quando guardano Il silenzio degli innocenti sono lì, disperati, che pregano che Bill riesca a realizzare il suo grande sogno di possedere un vestito di pelle umana?

Tifano per il ciccione di The Human Centipede e gioiscono quando il verme umano riesce finalmente a cagare?

Poverino Scream, cercano sempre di fargli male.

E ancora.
Sognano di avere una famiglia come quella di Leatherface? E in fin dei conti tirano un sospiro di sollievo quando Padre Carras crepa? E magari sono profondamente dispiaciuti per il nerd di Jurassic Park, che non è riuscito nel suo intento criminoso e fa una fine tanto ingiusta (niente spoiler, tranquilli)?.

Queste ed altre domande mi vengono in mente, mentre leggo Spinoza e Popcorn di Rick DuFer. Sì, lo so, non è da me parlare di un libro (di filosofia, poi), ma in realtà leggo, ogni tanto. È che mi pesa un po’ il culo scriverne qui sopra.

Anzi, tutto questo scrivere mi ha fatto venire fame. Quindi ricetta.

Non mangiare i dolci prima di cena che ti rovini l’appetito!

Ti propongo un riso al cocco, che ho provato un paio di volte e che al primo esperimento era una roba molto diversa. C’era il pollo, il doppio del curry e pure la polvere di cocco che si usa per i dolci.
Adesso è un piatto più sobrio, più tranquillone e pure più equilibrato al palato.
Forse non ti riempirà tantissimo, ma tanto non è che possiamo sempre scofanarci 5 cinghiali e mezzo, no?
Go, go, go!

La gioia di chi sa che tra poco si mangia.

Per preparare del riso al cocco, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso. Nel mio caso carnaroli, ma credo tu possa usare quello che vuoi.
  • un barattolo da 400 ml di latte di cocco. Quello denso, non quello acquoso. Dopo ti mostro la foto di quello che ho comprato io;
  • uno scalogno;
  • 10 grammi d’olio;
  • 3 grammi di curry.
  • acqua calda.

Metti una pentola di acqua a bollire.

Mentre attendiamo le bolle ti mostro il latte di cocco che ho usato io:

L’acqua bolle? Allora partiamo.

Trita lo scalogno.
Versa 10 grammi di olio in una padella, accendi una fiamma molto bassa e poi aggiungi lo scalogno.

Fai stufare a fiamma molto bassa. Dopo cinque minuti sarà appassito ed avrà questo aspetto:

Bene. Spegni la fiamma che qui ci torniamo dopo.
Dobbiamo cuocere il riso ed è meglio che non ci distraiamo, altrimenti bruciamo tutto.

Versa 300 grammi di latte di cotto in una pentola piccola. Non quella per risotto, per intenderci: ti serve una pentola stretta, in modo da poter cuocere il riso senza usare troppo liquido.

Porta ad ebollizione il latte di cocco usando una fiamma media e poi versa dentro il riso.

Ora ci comporteremo come se stessimo preparando un risotto, coprendo di acqua calda il riso. Appena appena coperto, eh: non dobbiamo fare una minestra. Mano a mano che il liquido evapora o viene assorbito, ne aggiungiamo dell’altro. Usa una fiamma medio bassa, non c’è bisogno che bolla a cannone. 

Più o meno dopo 5 minuti di cottura, caccia dentro anche i 3 grammi di curry.

Mescola bene, aggiungi anche del sale e prosegui la cottura. Usa una fiamma medio bassa per tutta la cottura.
Ricordati che alla fine non dobbiamo avere liquido, ma dobbiamo ottenere un riso pappone. Quindi non esagerare coi liquidi. Fai arrivare il riso a tre minuti prima del tempo indicato sulla confezione.

Quando manca poco versa i rimanenti 100 grammi di latte di cocco nel padellino con lo scalogno. Accendi la sua fiamma (sempre super bassa) e fai amalgamare bene. Appena il latte di cocco inizia a sobbollire significa che è siamo pronti ad unire il riso.

Versa il riso nel padellone con lo scalogno, accendi una fiamma medio bassa e fai amalgamare il tutto. Mescola per tutta la durata dell’operazione.

Concludi la cottura, bagnando ancora con l’acqua calda se servisse liquido.
Insomma, abbiamo preparato un fake risotto, direbbero i ggggiovani.

Prepara le porzioni ed ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

La frittata di spaghetti di Michael Myers e frittata di spaghetti all’amatriciana.

Tanti i cambiamenti di questi giorni. Innanzitutto ho creato un account Instagram (mi trovi come Alice Pizzakaiju) e ti conviene seguirlo: metto un sacco di foto e pure video, un po’ su ogni argomento che mi viene in mente. Diciamo che è facile che troverai anteprime di quello che leggerai qui, quindi se vuoi essere aggiornata su tutte le bestemmie, i film che vedo, i videogiochi che provo e i gatti che sfamo, ti consiglio di venire a trovarmi.

Poi ho pure aperto un canale youtube. 

Eggià.

Questa rivoluzione mediatica è in atto da un po’ e forse i più attenti se ne sono accorti.
Prima ho aperto il mio profilo facebook al pubblico: da 50 contatti in croce sono passata a 900, sperando che il mondo mi stupisse.
Ovviamente non l’ha fatto, così ho cercato una risposta qui, sul sito, facendolo diventare un ibrido di videogiochi-film-cazzoneso&pappa. E ok, ci siamo ma non mi basta.

Necessito di una marea di tempo per scrivere un pezzo e di robe da dire ne ho sempre troppe e forse riversarle sull’universo serve anche ad esorcizzare i miei fastidi.
Perché non è vero che l’internet è un grande buco nero che ci risucchia la vita. O, meglio, è anche questo. Internet è un mezzo che possiamo usare in tanti modi e purtroppo un’infinita moltitudine di coglioni lo sfrutta solo per bullizzare l’altro.

Ma io non sono una moltitudine di coglioni. Io non sono un bullo.

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Anche se mi piacerebbe tanto.

Io posso fare la differenza. Perché io valgo, sì.
Questo messaggio motivazionale non parte dalla mia testa, anche se una vocina che scassava i maroni ce l’ho avuta, per tutti questi anni.
Negli ultimi mesi ho iniziato a frequentare molto Youtube, in silenzio ma ascoltando centinaia di ore di contenuti di ogni tipo. Sono arrivata a sorbirmi 50 minuti di un tizio che produce finestre che denunciava il fatto che la gente, di finestre, non capiva un cazzo.
E a me delle finestre fottesega, come direbbe Dante.

Questo Dante qui, ovviamente.

Tra i canali che preferisco – YouTubo Anche Io a parte, che emulo malissimo – c’è quello di Rick DuFer. Si tratta di un filosofo che sul tubo divulga sì filosofia, ma trattando qualsiasi argomento gli interessi al momento. Si passa da Seneca a Bloodborne senza forzature ed è talmente attivo che stargli dietro non è facile manco per me, che ascolto tutto mentre mi alleno.

L’importanza del canale di DuFer, però, non sta negli argomenti trattati, semmai nell’atteggiamento. A differenza di tutto il web in cui ho girovagato in questi anni, non ci tiene a salire su un piedistallo di snobismo per urlarci che chi non la pensa come lui è un deficiente.

Un evento più raro di quello che ‘sta tipa sta vivendo.

No. Rick DuFer mostra il suo intimo in ogni suo monologo, senza paura di cadere nella rete dell’odio dei commentatori. Ogni giorno lotta contro la sua imperfezione, migliorandosi e facendo migliorare chi lo ascolta per davvero. Evita l’usanza delle pacche a vicenda, ripetendo come un mantra che noi siamo fighi perché la pensiamo ggggiusta. No. Ti invita a scandagliare i tuoi pensieri, a guardarli più da vicino. Hanno senso di esistere? Da cosa scaturiscono?
In un momento in cui tutti deridono una maggioranza di persone (che forse non esiste) che ha un’abilità di pensiero degna di scimmia vestita, Rick DuFer invita a riflettere sul fatto che non esiste superiorità intellettuale. Esistono diverse capacità, diversi individui, diversi punti di vista. Diversità.

Dai, ora ci arrivo.

E l’internet non è una scatola piena d’odio come l’ho sempre vista io. Internet non è niente, Internet è una generalizzazione.

Ognuno di noi ha capacità personali del tutto peculiari. C’è chi riesce a fare la punta a 20 matite in 7 secondi (e forse dovrebbe andare a La Corrida), chi si intende di biologia e chi pulisce i vetri di casa che manco Mastro Lindo.

Questo signore è molto bravo a tenere il frigo pulitissimo, per esempio.

Se, invece di gettare il tempo a scatenare astio e litigi per i social, ognuno di noi riversasse in questa scatola tutte le proprie capacità, internet diverrebbe un bel posto.
Quindi ho deciso di dare il mio contributo. Che già mangi da Pazuzu grazie a me, lo so, ma si poteva fare di più.

Generations che sapranno cucinare e conosceranno Dragon Age Origins, pensa.

Quindi ora sai dove trovarmi sempre, senza dover aspettare i miei meravigliosi post di pappa.
Che si mangia oggi, mi chiedi? Facciamo una frittata.
Questa frittata di spaghetti parte dalla ricetta della pasta di Michael Myers, quindi se vuoi ripassa le lezioni precedenti. Comunque qui rispiego tutto da capo, non temere.

Ti inserisco anche una variante con la ciccia, perché l’ho sperimentata e non è che fosse buona: di più.

Go, go, go!

Eccomi quando ho realizzato che no, il blog non era più sufficiente.

Per preparare la frittata di spaghetti alla Michael Myers, per due persone, hai bisogno di:

  • un cucchiaio d’olio, uno spicchio d’aglio e del peperoncino;
  • 180 grammi di spaghetti;
  • 350 grammi di passata di pomodoro;
  • 30 grammi d’olio;
  • 6 uova;
  • 50 grammi di cacioricotta o altro formaggio a scelta;
  • sale.

Variante della frittata in versione amatriciana: 

  • 100 grammi di guanciale. Ti farò vedere come gestirlo.
  • meno olio. 10 grammi dovrebbero bastare (ma anche zero, se il guanciale caccia abbastanza grasso);
  • 50 grammi di pecorino al posto della cacioricotta.

Partiamo dalla cottura della pasta.
Gli spaghetti alla Michael Myers (ed in questo caso pure quelli all’amatriciana) cuociono da quasi crudi direttamente nel pomodoro, assorbendo il sugo piano piano. Hanno un tempo di cottura non determinato, che non segue affatto quelli indicati sulla confezione e di solito si fanno asciugare al punto di bruciarli. In questo caso li prepariamo così non per bruciarli, ma per fare assorbire tutto il liquido della passata, che altrimenti ci sputtanerebbe la frittata. E poi non solo per quello: a me gli spaghetti cotti così piacciono un sacco e volevo una ricetta variante.

E se a te non piacciono, questa è la mia reazione. In pieno stile Rick DuFer.

Quindi metti dell’acqua a bollire, senza salarla. Qui immergeremo gli spaghetti giusto il tempo per ammorbidirli, per circa 3 minuti.

Mentre attendiamo le bolle, prepariamo la padella col pomodoro.
Innanzitutto scegli una padella di merda: una che se si rovina non ti interessa. Di solito per gli spaghetti alla Michael Myers si usa una padella non antiaderente, per capirci, perché l’effetto bruciato è più facile da ottenere. Io ne uso una antiaderente che ormai è rovinata e mi trovo bene.

Appena l’acqua della pasta bolle partiamo seriamente. 

Versa un cucchiaio d’olio, fallo scaldare e poi caccia dentro uno spicchio d’aglio tritato e del peperoncino.

Fai soffriggere per qualche minuto, stando attenta a non bruciare l’aglio.
Poi versa la passata di pomodoro.

Aggiungi un pochino di sale ed appena sobbolle è pronta per accogliere la pasta.

Tira fuori gli spaghetti dopo tre minuti di bollitura con una schiumarola e cacciali in padella. Ricoprili col sugo ed aggiungi almeno una mestolata di acqua.

Usa una fiamma media e lasciali cuocere finché tutto il liquido verrà assorbito. Ogni tanto gira, con l’aiuto di forchettoni e pinze. Ma per almeno una decina di minuti non ci sarà granché bisogno del tuo contributo, quindi occupiamoci delle uova.

Rompile e mettile in una scodella. Gratta 50 grammi di cacioricotta (o pecorino, se stai preparando l’amatriciana) ed uniscili alle uova.
Aggiungi anche un po’ di sale.

Sbatti il tutto molto brevemente, finché gli ingredienti sono ben amalgamati.

A questo punto dovrai stare dietro agli spaghetti in maniera più attenta, perché il liquido sarà stato assorbito parecchio.
Devi raggiungere degli spaghetti belli asciutti ma nel caso ipotetico (difficile, ma possibile) in cui ti sembrassero crudi, niente paura: aggiungi dell’altra acqua e fai assorbire pure quella (o dell’altra passata, se ne hai avanzata). A me non è mai successo, ma è meglio essere pronti ad ogni sfiga della vita.

Ecco quando devi fermarti:

Come vedi non devono essere bruciati, perché un po’ si bruceranno inevitabilmente durante la trasformazione in frittata.

Cambio di padella.
Adesso devi usare la padella da frittata, quella superantiaderente, quella da cui la tua cena dipende quasi sempre.

Se decidi di provare la versione amatriciana, occupiamoci del guanciale. Devi tagliarlo a dadini abbastanza piccoli.
Poi mettili in padella ed accendi una fiamma bassa.

Il guanciale cambierà colore piano piano e rilascerà un sacco di ciccia. La parte bianca diventerà trasparente, quella rosa si scurirà. Attenzione però a non bruciarlo: ci vorranno circa 5 minuti.
Togli poi il guanciale e mettilo in una ciotola.

Quelli che vedi sono rimasugli di guanciale (40 grammi) eppure ha rilasciato parecchio grasso. Con i 100 che ti ho indicato, probabilmente non dovrai aggiungere olio. Altrimenti aggiungine 10 grammi e passa allo step successivo.

Ora tu fermo qui, che parlo con quelli che la ciccia non la vogliono. Ci vediamo una foto più sotto.

Se hai deciso di preparare la frittata Myers, quella senza ciccia, ecco cosa devi fare.
Versa 30 grammi d’olio, aspetta che siano ben caldi (usa una fiamma media) e poi versa gli spaghetti. Cerca di distribuirli in maniera uniforme per tutta la superficie.

Se hai deciso di usare il guanciale, distribuiscilo uniformemente su tutta la superficie della frittata:

Da qui in poi la ricetta è uguale per tutti.

Versa il composto di uova e distribuisci anche quello in maniera uniforme, ruotando la padella o con l’aiuto di una spatola.

E niente, ora c’è la solita tiritera della frittata. Usa una fiamma medio bassa, aiutati con una spatola a staccare i bordi durante le prime fasi. Ogni tanto muovi la padella per assicurarti che la frittata non si sia attaccata sul fondo. E se si è attaccata? Nelle prime fasi della cottura della frittata puoi fare un po’ quello che ti pare, tanto si riformerà sempre: usa una spatola e passa sotto agli spaghetti, staccando il punto che non si muove. Se l’uovo fosse tutto raggruppato da una parte, ti basta roteare sempre la padella per spostarlo.

Insomma, le primi fasi della frittata sono semplici, è quando comincia a solidificarsi che viene il bello, perché bisogna girarla.
Si gira quando sulla superficie non ci sono parti liquide. Ed è importantissimo: altrimenti fai un pasticcio di uova. Mangiabile, certo, ma non è una frittata.

A questo punto chiudi col coperchio e con uno scatto deciso rovesci la padella.
La frittata ora sarà sul coperchio e dovrai farla scivolare di nuovo nella padella:

Adesso concludi la cottura: 5 minuti a fiamma media dovrebbero bastare. Muovi ogni tanto la padella per non fare attaccare il tutto.
E niente, ci siamo. Se la rigiri dovresti vedere questa bellezza:

Lasciala raffreddare un minimo e poi tagliala a pezzi.
Prepara le porzioni, scatta la foto da mandare al Kaiju, ed eccoci:

Ciao e buon appetito!